Nᴏɴ ᴄ'ᴇ̀ ᴘɪᴜ̀ ʟᴀ sᴄᴜᴏʟᴀ ᴅɪ ᴍᴜsɪᴄᴀ
Parole sacre frusciano dentro
e Shkodra - dove passa la Drina -
m'agonizza e guarisce
per lasciarmi morire.
Consumo qebab sulle pagine
lacerate, di bibbie rubate,
e m'intona il muezzin, prej xhami,
a modi non pitagorici
che non sembrano avere una logica,
nemmeno tu la comprendi oramai
la lingua che parli.
Resto fermo sui marciapiedi
in equilibrio, ma precipito dentro,
rotolo lungo le strade,
fra i tavolini dei bar
fino alla scuola di musica
dov'è solo un docente che studia
mugolando la fame.
Chissà il tuo violino dov'ė,
forse lo suona un bambino,
un altro, di Kiras o Mark Lule,
e il mio cuore s'impolvera ancora
dove il fango è più dolce del miele,
dove sei nata, a Sarreq,
dov'è la tua terra è la mia.
Per sonum
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