sabato 25 febbraio 2023

𝗟𝗮 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮

 𝗟𝗮 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮


La Maestra era una signora buona, timida, riservata, dai modi gentili con gli adulti, con noi giustamente severa, anche se non lasciò un bel ricordo a tutti. Forse a volte non riusciva a non portare a scuola la fatica della vita: un passato recente che si era concluso con la morte del marito di cui sentivo parlare i grandi, senza mezzi termini.

Le mattinate erano grigie.

A Udine le mattinate sono grigie da ottobre primavera, “piove anche quando nevica” recita una canzone di tre cantautori locali, e in primavera e buona parte dell’estate pioveva perlomeno prima dei cambiamenti climatici che ora ci regalano stagioni torride e polvere; un tempo la nebbia e l’umidità erano una costante quindi la scuola era grigia, i suoi contorni pesanti come pennellate di Cezanne, indefinite come certi leitmotiv wagneriani ma sognanti come le armonie disattese di Debussy.

Ma a livello visivo era tutto grigio, le mattinate autunnali e invernali, i muri vecchi, le porte consumate alte quasi fino al soffitto, grigia la palestra oltre il cortile e la brina che ne ricopriva i vecchi coppi ricoperti da timidi muschi e licheni.

Grigio tutto, freddo  quasi sempre, fino a marzo-aprile, quando gli alberi di Giuda fiori vano le loro cortecce nere, e i tigli del giardino della scuola si vestivano di grandi foglie verde intenso e nidi. Dai finestroni delle aule correva il mio sguardo dentro quelle chiome e a volte vi scorgevo la mia amata gazza ladra che al mattino mi accompagnava a scuola e mi aspettava lì, a volte sul davanzale, per sollevare lo stupore dei compagni che invidiavano il mio lato contadino e la mia grande casa mentre molti di loro vivevano in condomini o in villette a schiera con solo qualche metro di giardino. Ed era allora che la maestra dismetteva la pelliccia di visone che doveva aver comprato alla morte del marito anche se la sua eleganza restava classica e impeccabile, il pantalone cadente sempre stiratissimo, il golf di lana e il mocassino elegante con la fibbietta d’ottone, pure in palestra!

Un anno la Maestra volle portarci a casa mia dove i miei compagni poterono respirare un po’ della mia vita, far scorrere il grano macinato fra le dita e lasciarlo scivolare nelle mangiatoie dei miei animaletti: la capra Michela con il piccolo Jerry, le gallinelle "americane" che americane non erano affatto, anatre d'ogni specie ed i conigli con le loro cucciolate. 

Non c'era ancora Susy, la mia cagnolina, che divenne poi, dalle medie fino al matrimonio, la mia migliore amica e migliore balia degli anatroccoli che nascevano nell’ incubatrice elettrica, costruita con le lampadine. 

La maestra era buona, ma era caustica alle domande dei bambini sul destino di quegli animaletti, io la appoggiavo sostenendo le sue tesi quasi calviniste sulla predestinazione del coniglio “da carne”, e lei cercava di mitigare le fredde risposte mascherandole con un sorriso stentato, artificiale, quasi doloroso, che parlava di destino, di ordine delle cose, di ritualità e sacrificio, di necessità. Ed è lì che conobbi la resilienza anche se non capivo il perché c’era qualcosa in lei che andava ben oltre il recente passato, il matrimonio forse difficile, la vedovanza.

E la Maestra veniva spesso a casa mia, conobbe bene i miei genitori al punto di avviare con la mia famiglia un rapporto di amicizia. Mi aveva insegnato a scrivere e a leggere e tollerava la mia distrazione a scuola, quando invece di seguire la lezione leggevo tenendo il libro sotto al banco pagine di Calvino e di Guareschi anche se poi, mi riprendeva facendomi fare delle terribili figuracce davanti ai compagni. Ricordo che un giorno mi chiese quanto stava spiegando “Alessandro! Chi era dunque Ottone?” e io colto di sorpresa risposi “il re degli Ottomani”. Fra le risate generali capii che Don Camillo e Peppone avrebbero dovuto aspettarmi nella mia cameretta dove si aggiunsero però presto i cari libri che lei mi regalava di tanto in tanto quando veniva a visitarci: le avventure nei romanzi del veterinario James Herriot e l’umorismo paradossale e surreale di Achille Campanile e sono solo alcuni esempi di cosa mi avvicinò all’amore per la letteratura e poi per la poesia… perché ancora oggi è “La pioggia nel pineto” a muovere molte delle mie corde o sono “I Gabbiani” di Cardarelli a incuriosirmi nella ricerca dei nidi nonostante “il mio destino sia vivere balenando in burrasca”.

I giorni passavano e pure le stagioni il cui ciclo aveva una precisa partenza: settembre. Ma mai un abbraccio ci accoglieva, forse qualche carezza sul capo e tutti in fila, come militari, ci disponevano a prendere la pastiglietta di fluoro che le signore dell'Ufficio Igiene e Profilassi consegnavano alla scuola dopo averci fatto l'annuale ramanzina sull'opportunità di lavare bene i denti. La pastiglietta era terribile, non per il sapore in sé, ma a me creava una salivazione eccessiva e dunque una nausea che perdurava sempre fino a ricreazione. 

All'eucarestia del fluoro seguiva la preghierina del mattino e poi via con la lezione fino a quel fatidico mezzogiorno e mezzo quando il bidello suonava la campanella. La tradizione voleva che in alcune occasioni liturgiche ci portassero pure in chiesa, che sorgeva nella sua bruttezza architettonica a pochi metri dalla scuola, chiesa che comunque frequentavo per recarmi a dottrina e ricevere i sacramenti.

Così la scuola era parte del processo educativo come lo era la chiesa e le due cose si toccavano: la signora dell’Ufficio Profilassi veniva ad iniettarci i vaccini, il parroco ci iniettava il senso di colpa e nutriva la sua brama dei racconti di bambini e bambine che scoprivano la loro sessualità nel segreto del confessionale.

Al tempo la scuola era certamente più nozionistica quindi si studiavano le regioni italiane, i capoluoghi di Provincia e si guardavano le mappe coloratissime in cui i simbolini raccontavano il sistema produttivo: dalla mais del Friuli alla Fiat di Torino, dalla polenta veneta al cannolo siciliano, e la storia completava il suo ciclo partendo dai dinosauri e giungendo fino a Moro, assassinato pochi anni prima. 

E fu così che in quinta la maestra affrontò i temi del socialismo reale e dall'altra parte del nazional socialismo. Conoscevo il fascismo dai racconti di famiglia, mio nonno materno era stato un partigiano come i suoi fratelli, conoscevo l'orrore della guerra fratricida e la devastazione che aveva portato perché mio padre bambino l'aveva vissuta e la povertà che aveva scatenato portò lui e suo fratello in convento per molti anni, fatti che segnano profondamente il profilo d'uomo che oggi porto, la persona che sono ovvero la maschera che ho costruito per definire il timbro dei miei pensieri e le mie recite in mezzo agli altri individui a loro volta persone, maschere diverse. 

Conoscevo dunque in parte il fascismo o meglio i suoi effetti e già mi andava in odio la prepotenza della guerra tanto che non giocai quasi mai coi soldatini e scelsi poi l'obiezione di coscienza e l’anno di servizio civile.

Ma quando la maestra ci parlò del comunismo subito mi resi conto delle affinità fra l'ideologia e il cristianesimo originario, quello degli Atti degli Apostoli, quello che aveva quel sapore utopico che è il sale di chi vuole vivere da protagonista e ben sa che il bene è un’emanazione dall’Uno, un Uno irraggiungibile, non sta nelle scatole delle categorie di Aristotele tanto care alla Chiesa e alle sue gerarchie. Avevo visto qualcosa come Saulo sulla via di Damasco. Alzai la mano e dissi: "ma Signora Maestra, in pratica è quello che dice Gesù!"

Divenne rosso fuoco, poi pallida e un pò balbuziente, con la sua pelle ormai stanca e le labbra fine ballettò che non avevo capito niente, col sorriso sorriso stentato, quasi dolorosamente arrabbiato, incapace di proseguire. 

Poi credo, e anche in fretta, ebbe a perdonarmi come si perdona a un gattino un graffio per gioco o un piccolo morso. In fondo avevo 10 anni. 

Avevo sempre saputo che era di Fiume, che era istriana, ma se la memoria dei lager e della Shoah oramai cominciava a essere una necessità, nessuno parlava delle Foibe e gli esodati avevano, ma forse hanno ancora oggi, una vergogna strana che li ha silenziati in un silenzio assurdo, ma è un silenzio urlante, sconvolgente, straziante che tortura chi ha empatia e deve massacrare i protagonisti le cui ferite si riaprono ogni volta che se ne parla. La resilienza. Il passato, quello che scalfisce, quello che da bambini ci imprigiona come bonsai in scheletri di rame che ci modellano e piegano alla volontà di orribile giardiniere, tutto tranne che Zen.

Qualche anno fa, passato il mezzo del cammin di nostra vita, mi infornai e trovai il nome della Maestra in un documento online ed ecco ancora la sua voce, stavolta aperta e sincera, volta ad un pubblico adulto, non ai suoi bambini, e immagino la sua voce ormai serena:

 “Venuti via da Fiume nel 1948, ci siamo fermati al Silos di Trieste, esperienza traumatica, là non c’era neanche la corrente elettrica, dovevamo dormire sul pavimento perché le brande erano finite poi ci hanno mandato al Centro smistamento profughi di Udine e di lì al Campo profughi di Lucca, dove si stava proprio male; siamo finiti in Piemonte, dove non ci davano la residenza perché l’Amministrazione comunale era comunista” e ancora nel medesimo articolo: "Schivi e riservati, gli istriani parlano poco delle peripezie dei loro genitori, nonni e delle violenze titine¹".

Certi dolori non si placano con le fioriture degli alberi di Giuda, con lo scorrere dell'acqua primaverile sui nostri impermeabili costrutti, non con idee nuove che scaldino il gelo dei cuori. La guerra e l’orrore continuano, è la maledizione dell’uomo. Forse insegnare ai bambini il passato può aiutarci a rivivere il nostro vissuto sotto punti di vista che non avevamo. Mentre scrivo queste parole penso al mio essere bambino in modo clinico per rivivere da grande ciò che mi sono perso dentro agli schiaffi e alle carezze dell'infanzia e a ogni mio insegnante dico grazie, anche se quella scuola era vecchia, basata su regi decreti e poco democratica nonostante negli anni settanta le rivoluzioni sociali avessero dato un grande contributo al rinnovamento di tutti gli apparati statali. 

Le Foibe furono di fatto una vendetta alle atrocità naziste e fasciste, gli esodati furono accolti da un'Italia matrigna che urlava loro "fascisti!".

So per certo che la Maestra non era fascista, mi lasciava leggere Guareschi e quel Campanile che il fascismo lo aveva rigettato, una Maestra che ci leggeva un Ungaretti fascista ma il cui fascismo non trapela dalle sue liriche, D’Annuzio? Certo D’Annunzio era un esteta che inventò il saluto fascista ma forse fascista non fu mai, come leggere il fascismo fra le tamerici madide di pioggia? Forse se non fosse volato su Fiume. Forse.

Tutto questo mi ha reso libero di leggere in seguito Eco come Moravia o la Morante restando profondamente antifascista. E di questo vado fiero.

Nessun commento:

Posta un commento

𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

  Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone): 100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'in...