sabato 25 febbraio 2023

Skender. Perché?

 

Mi sono diplomato in violino nel ’97. Stavo con Ingrid dalla fine del ’94 quando da Trieste giunse a Udine. Ospitata prima da una signora che l’aveva accolta in casa – ma che celava anche interessi personali dietro al gesto comunque generoso -, poi da un prete, che oltre a chiederle in cambio di pulirgli la canonica tentava di farsi spalmare fantomatici olii per il mal di schiena, Ingrid decise ad un certo punto di cambiare alloggio e di dividere l’appartamento con un nostro amico nigeriano, Dominic (al secolo Achoson Perfect Ikediala). Naturalmente ho sempre tenuto d’occhio la situazione perché per quanto mi fidassi era pur sempre un uomo. Ma l’ha sempre considerata come una sorella. Ora Dominic è in America, alla fine è partito senza salutare, ma gli vorremo sempre bene. Giovane, talentuosa violinista Ingrid aveva un passato molto duro alle spalle: figlia di Ferdinand Shllaku, fisarmonicista e tornitore scutarino, si portava sulle spalle la repressione, durata mezzo secolo, del regime di Enver Hoxha nei confronti della sua famiglia perché il nonno, diplomatico nell’immediato dopoguerra, fu perseguitato, arrestato e giustiziato con accuse mai chiarite. Ancora oggi la famiglia – tutta emigrata dall’Albania – ne reclama le ossa. Morto Hoxha, durante la reggenza di Ramiz Alìa ed al termine di quella che in Italia era la Scuola Media, le sottrassero il violino e la possibilità di proseguire gli studi musicali avviati all’età di 6 anni. Fu avvertita il primo giorno di scuola: “Ma come? Non sai che non puoi frequentare la scuola d’arte? Sai perché, no…?” Fondamentalmente era considerata anticomunista e per di più cattolica, per quanto “cattolico” possa essere un albanese cresciuto sotto il regime. Rimase a casa qualche giorno a disperarsi, poi cedette e dovette iniziare la scuola, una sorta di liceo scientifico in un’area di periferia di Scutari conosciuta come Kiras. Kiras era già allora un quartiere malfamato, Ingrid si trovò unica cattolica dell’enorme classe di studenti. Tutto questo le consentì di ricevere un’educazione ampia e non prettamente umanistica come al contrario sarebbe accaduto se avesse continuato con la scuola superiore musicale. A diciotto anni, dopo la maturità, raggiunse la sorella, sposata in Italia con un suo concittadino che aveva ottenuto la possibilità di soggiorno grazie a lontane parentele italiane.

A Trieste, la diciottenne Ingrid, fresca degli studi liceali, si iscrisse ad un’altra scuola superiore italiana pur di ottenere il permesso di soggiorno, un liceo linguistico. Per l’ottenimento dei documenti fu aiutata da un padre Gesuita che viveva a Trieste, che seguì le pratiche. Padre Mariotti, scomparso da un decennio, fu un personaggio molto importante, diede una svolta radicale alla vita della giovane. A 18 anni dunque frequentava nuovamente un liceo con i quattordicenni, faceva le pulizie in alcuni appartamenti per contribuire all’affitto della sorella e cercare di mantenersi. Ma il suo “chiodo fisso” era il violino che, essendo “di stato” le era stato strappato assieme al suo futuro. Prese il coraggio di rivolgersi ad una scuola privata individuata vicino a casa, a Trieste. Le prestarono un violino, non le fecero pagare la retta e così ricominciò dopo 5 anni (Esistono ancora persone di cuore). Nell’arco di un anno e mezzo diede tutti gli esami basilari e complementari (non venivano riconosciuti gli studi albanesi) lavorando e studiando, stupendo i docenti e chiunque incontrasse per la determinazione e l’incommensurabile talento. Un altro religioso che poi è diventato un mio carissimo amico e che purtroppo ci ha lasciato, Padre Silvio Bellotto, rappresentò un altro importante tassello: le fece prima provare alcuni strumenti dunque gliene procurò uno, da restaurare, che Ingrid suona tutt’oggi e che molti violinisti si sono offerti di pagare decine di migliaia di euro, ma non si vende un pezzo di cuore! Fra mille peripezie e tanta voglia di fare giunse ad Udine dove ci conoscemmo, io diplomando al Conservatorio, lei neoiscritta. La prima frase che imparai in albanese fu “Te ha”: ti mangio. Era il giorno di S.Valentino dell’anno 1995. Il dieci febbraio c’era stato il primo scambio affettuoso, il 20 febbraio del 1999 ci sposammo in Comune, il 3 luglio del 2003 in Chiesa con il rito cattolico seppur io sia cattolico per modo di dire…. L’Albania mi entrò sotto pelle fra il ’97 ed il ’98, gli anni dei disordini che io chiamo “guerra civile”, che la ridussero a brandelli per anni e che lentamente si sta riprendendo nonostante la gente faccia fatica a vivere con ciò che può guadagnare onestamente: oggi molti vengono mantenuti dalle rimesse dei parenti emigrati. Nel ‘96 mio suocero venne in Italia con un visto di lavoro, ma pur di stare qualche giorno vicino alle figlie -che non vedeva da anni- sforò i giorni di permesso. Nel frattempo, a maggio del ’97 i disordini raggiunsero Scutari e lui ebbe a rientrare furiosamente in Albania prendendo un traghetto da Trieste: a casa, fra le bombe, c’erano la moglie, la suocera e il figlio piccolo Armando. Con questa repentina uscita dall’Italia non ebbe il tempo di ritornare a Bari dove non gli avrebbero mai controllato i documenti alla frontiera, così si “beccò” un’espulsione che lo fece soffrire come una condanna ingiusta per il peggior reato. Cercavamo di tenerci in contatto, non avevano il telefono e riuscivamo sì e no a prendere la linea dalla cabina una volta alla settimana con costi esorbitanti, il più delle volte le tessere da 10.000 lire si esaurivano senza nemmeno poter parlare per errori di linea. Dovevamo chiamare i vicini di casa. Riattaccare ed attendere l’arrivo dei suoi. Ritentare a chiamare. Spesso senza risultati. E sentivamo al telegiornale ogni giorno di morti e di attentati…Fra il ’97 ed il ’98 facevo il servizio civile presso la Caritas e lavoravo con Ingrid. Avevamo deciso di vivere assieme, grazie alla dispensa della Caritas dalle notti in comunità assieme agli altri obiettori di coscienza, avevamo affittato una casetta umilissima e gestivamo un circolo privato culturale, ma per finanziarci facevamo un po’ di tutto, in particolare cucinavamo e ci eravamo creati una bella cerchia di soci/amici… mangioni! Prezzi popolarissimi e piatti balcanici (oltre alle serate di cucina messicana, alle paelle ed altre specialità!). Al mattino prestavo il mio servizio civile presso gli uffici Caritas come furiere dei 20 obiettori, al pomeriggio servizi sociali: per anziani, matti e malati di AIDS, nel Bronx della mia città, si faceva la spesa, gli si fissava gli appuntamenti all’ospedale, al SERT o al CSM (Centro Salute Mentale) o si passava con loro semplicemente qualche ora per mitigare l’affanno della vita. Non mi consentirono mai di lavorare all’ufficio emergenze cui si rivolgevano molti albanesi: “conflitto di interessi” mi dicevano, sapendo che avevo la fidanzata albanese e temendo che potessi abusare dell’ufficio con la scusa che “ero troppo emotivo”, che mi lasciavo coinvolgere troppo dalle povertà, dalle emozioni. Ad ogni modo quando cominciarono a giungere i Kosovari dai confini della Slovenia, mi “riabilitarono” per il mio albanese seppur ancora maccheronico, avrei dovuto spiarli e riportare i loro discorsi alla questura, ma diedi un grande aiuto ai Kosovari in fuga invece… non seppero mai tutto di cosa mi dicevano… è certo meglio così. La sera al termine del servizio ricominciavo con il Circolo e terminavamo attorno alle 2 o 3 del mattino. Ingrid si addormentava letteralmente in piedi in cucina: faceva le pulizie in un pub al mattino, poi passava la giornata a studiare violino in Conservatorio e quindi… era normale fosse stanca! Io sopravvivevo, ma è stato un anno durissimo in cui cominciò a rivelasi in me anche una malattia che continua ad accompagnarmi come un vecchio cane troppo stanco per morire. Avevo preparato i documenti per ottenere il visto di studio per mio cognato che compiva 18 anni e che in Albania rischiava di finire arruolato, giunse il periodo della mia licenza “ordinaria” e lo iscrivemmo ad un corso di parrucchiere (sborsando 3 milioni di lire, tutto quello che avevamo in parte). Io richiesi alle autorità il permesso per espatriare (cosa quasi impensabile durante la leva) per andare in Albania, recuperare il diciottenne, e tornare. Me lo concesse un maresciallo cui in cambio promisi una bottiglia di Cognac Skenderbeg. Partimmo da Trieste in traghetto. 25 ore di mare. 25 ore di speranze. 25 ore di ricordi e lacrime di Ingrid. 25 ore di domande per le quali solo oggi ho delle risposte… e non per tutte! Sbarcammo al porto di Durazzo dove nugoli di zingarelli ci chiedevano soldi. Io portavo uno zaino da montagna con scatolame e alimentari in polvere, una smerigliatrice per mio suocero, una pentola a pressione, e Dio solo sa cos’altro perché pesava più di 40 kg. I poliziotti vedendo il passaporto italiano mi chiesero soldi, ma fuggii letteralmente perché portavo nel portafogli 800.000 lire che i miei genitori mi avevano regalato per la famiglia di Ingrid. Temevo mi rubassero tutto. Andò bene. Il padre di Ingrid doveva aspettarci al porto, ma passammo oltre un’ora ad aspettare fra sibili di pallottole e mercedes impazzite guidate da bambini zingari e montanari dall’aspetto orribile. Non v’era che terra battuta e polvere. Paura. Abbandono. Tutti portavano a tracolla un Kalash e tutti sparavano raffiche in aria. Esplosioni qua e là, sordi boati. Ancora polvere e vetri rotti. Poi vedemmo lontano, dietro una ringhiera Ferdinand che ci chiamava. Non eravamo usciti dal porto, ma non lo sapevamo: superato il cancello e vedendo il via vai delle macchine, eravamo convinti di esserne fuori! Alla fine riuscimmo a ricongiungerci a mio suocero e partimmo sulla sua Talbot Horizon sgangherata. Avevano ucciso un uomo, durante quell’attesa a pochi metri da noi. Ma sembrava far parte di quella scenografia. Ferdinand era pallido, bianco. Temeva il viaggio. Bucammo tre o quattro volte i pneumatici ricoperti chissà quante volte perché l’asfalto era praticamente impraticabile senza una mercedes o un fuoristrada, per fortuna c’era un improvvisato gommista quasi ogni chilometro. Ma Scutari era molto lontana a 30 km di media. Ci mettemmo quasi 7 ore con il terrore di transitare, all’imbrunire, per Torovica, una zona malfamata dove al passaggio dei veicoli le donne gettavano dalla montagna massi al fine di colpire i veicoli, fermarli e far sì che gli uomini a valle potessero depredarli. Un incubo che ci portò fino a Scutari. Incolumi. Ma gravemente feriti, dentro. Entrare in quella città mi fece capire il valore della vita, potevo essere morto invece stavo nascendo di nuovo senza morire. Mi sentivo finalmente a casa e Shkodra è diventata per me la mia seconda città natale. Sono passati tanti anni da quel ‘98, riuscimmo a fare venire in Italia anche i miei suoceri circa un anno dopo e ora Ingrid non ha più parenti stretti nella Terra delle Aquile dove io però ho lavorato per diversi anni, fino al ‘99 per progetti di promozione turistica attraverso la musica e l’educazione musicale.

𝗟𝗮 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮

 𝗟𝗮 𝗠𝗮𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮


La Maestra era una signora buona, timida, riservata, dai modi gentili con gli adulti, con noi giustamente severa, anche se non lasciò un bel ricordo a tutti. Forse a volte non riusciva a non portare a scuola la fatica della vita: un passato recente che si era concluso con la morte del marito di cui sentivo parlare i grandi, senza mezzi termini.

Le mattinate erano grigie.

A Udine le mattinate sono grigie da ottobre primavera, “piove anche quando nevica” recita una canzone di tre cantautori locali, e in primavera e buona parte dell’estate pioveva perlomeno prima dei cambiamenti climatici che ora ci regalano stagioni torride e polvere; un tempo la nebbia e l’umidità erano una costante quindi la scuola era grigia, i suoi contorni pesanti come pennellate di Cezanne, indefinite come certi leitmotiv wagneriani ma sognanti come le armonie disattese di Debussy.

Ma a livello visivo era tutto grigio, le mattinate autunnali e invernali, i muri vecchi, le porte consumate alte quasi fino al soffitto, grigia la palestra oltre il cortile e la brina che ne ricopriva i vecchi coppi ricoperti da timidi muschi e licheni.

Grigio tutto, freddo  quasi sempre, fino a marzo-aprile, quando gli alberi di Giuda fiori vano le loro cortecce nere, e i tigli del giardino della scuola si vestivano di grandi foglie verde intenso e nidi. Dai finestroni delle aule correva il mio sguardo dentro quelle chiome e a volte vi scorgevo la mia amata gazza ladra che al mattino mi accompagnava a scuola e mi aspettava lì, a volte sul davanzale, per sollevare lo stupore dei compagni che invidiavano il mio lato contadino e la mia grande casa mentre molti di loro vivevano in condomini o in villette a schiera con solo qualche metro di giardino. Ed era allora che la maestra dismetteva la pelliccia di visone che doveva aver comprato alla morte del marito anche se la sua eleganza restava classica e impeccabile, il pantalone cadente sempre stiratissimo, il golf di lana e il mocassino elegante con la fibbietta d’ottone, pure in palestra!

Un anno la Maestra volle portarci a casa mia dove i miei compagni poterono respirare un po’ della mia vita, far scorrere il grano macinato fra le dita e lasciarlo scivolare nelle mangiatoie dei miei animaletti: la capra Michela con il piccolo Jerry, le gallinelle "americane" che americane non erano affatto, anatre d'ogni specie ed i conigli con le loro cucciolate. 

Non c'era ancora Susy, la mia cagnolina, che divenne poi, dalle medie fino al matrimonio, la mia migliore amica e migliore balia degli anatroccoli che nascevano nell’ incubatrice elettrica, costruita con le lampadine. 

La maestra era buona, ma era caustica alle domande dei bambini sul destino di quegli animaletti, io la appoggiavo sostenendo le sue tesi quasi calviniste sulla predestinazione del coniglio “da carne”, e lei cercava di mitigare le fredde risposte mascherandole con un sorriso stentato, artificiale, quasi doloroso, che parlava di destino, di ordine delle cose, di ritualità e sacrificio, di necessità. Ed è lì che conobbi la resilienza anche se non capivo il perché c’era qualcosa in lei che andava ben oltre il recente passato, il matrimonio forse difficile, la vedovanza.

E la Maestra veniva spesso a casa mia, conobbe bene i miei genitori al punto di avviare con la mia famiglia un rapporto di amicizia. Mi aveva insegnato a scrivere e a leggere e tollerava la mia distrazione a scuola, quando invece di seguire la lezione leggevo tenendo il libro sotto al banco pagine di Calvino e di Guareschi anche se poi, mi riprendeva facendomi fare delle terribili figuracce davanti ai compagni. Ricordo che un giorno mi chiese quanto stava spiegando “Alessandro! Chi era dunque Ottone?” e io colto di sorpresa risposi “il re degli Ottomani”. Fra le risate generali capii che Don Camillo e Peppone avrebbero dovuto aspettarmi nella mia cameretta dove si aggiunsero però presto i cari libri che lei mi regalava di tanto in tanto quando veniva a visitarci: le avventure nei romanzi del veterinario James Herriot e l’umorismo paradossale e surreale di Achille Campanile e sono solo alcuni esempi di cosa mi avvicinò all’amore per la letteratura e poi per la poesia… perché ancora oggi è “La pioggia nel pineto” a muovere molte delle mie corde o sono “I Gabbiani” di Cardarelli a incuriosirmi nella ricerca dei nidi nonostante “il mio destino sia vivere balenando in burrasca”.

I giorni passavano e pure le stagioni il cui ciclo aveva una precisa partenza: settembre. Ma mai un abbraccio ci accoglieva, forse qualche carezza sul capo e tutti in fila, come militari, ci disponevano a prendere la pastiglietta di fluoro che le signore dell'Ufficio Igiene e Profilassi consegnavano alla scuola dopo averci fatto l'annuale ramanzina sull'opportunità di lavare bene i denti. La pastiglietta era terribile, non per il sapore in sé, ma a me creava una salivazione eccessiva e dunque una nausea che perdurava sempre fino a ricreazione. 

All'eucarestia del fluoro seguiva la preghierina del mattino e poi via con la lezione fino a quel fatidico mezzogiorno e mezzo quando il bidello suonava la campanella. La tradizione voleva che in alcune occasioni liturgiche ci portassero pure in chiesa, che sorgeva nella sua bruttezza architettonica a pochi metri dalla scuola, chiesa che comunque frequentavo per recarmi a dottrina e ricevere i sacramenti.

Così la scuola era parte del processo educativo come lo era la chiesa e le due cose si toccavano: la signora dell’Ufficio Profilassi veniva ad iniettarci i vaccini, il parroco ci iniettava il senso di colpa e nutriva la sua brama dei racconti di bambini e bambine che scoprivano la loro sessualità nel segreto del confessionale.

Al tempo la scuola era certamente più nozionistica quindi si studiavano le regioni italiane, i capoluoghi di Provincia e si guardavano le mappe coloratissime in cui i simbolini raccontavano il sistema produttivo: dalla mais del Friuli alla Fiat di Torino, dalla polenta veneta al cannolo siciliano, e la storia completava il suo ciclo partendo dai dinosauri e giungendo fino a Moro, assassinato pochi anni prima. 

E fu così che in quinta la maestra affrontò i temi del socialismo reale e dall'altra parte del nazional socialismo. Conoscevo il fascismo dai racconti di famiglia, mio nonno materno era stato un partigiano come i suoi fratelli, conoscevo l'orrore della guerra fratricida e la devastazione che aveva portato perché mio padre bambino l'aveva vissuta e la povertà che aveva scatenato portò lui e suo fratello in convento per molti anni, fatti che segnano profondamente il profilo d'uomo che oggi porto, la persona che sono ovvero la maschera che ho costruito per definire il timbro dei miei pensieri e le mie recite in mezzo agli altri individui a loro volta persone, maschere diverse. 

Conoscevo dunque in parte il fascismo o meglio i suoi effetti e già mi andava in odio la prepotenza della guerra tanto che non giocai quasi mai coi soldatini e scelsi poi l'obiezione di coscienza e l’anno di servizio civile.

Ma quando la maestra ci parlò del comunismo subito mi resi conto delle affinità fra l'ideologia e il cristianesimo originario, quello degli Atti degli Apostoli, quello che aveva quel sapore utopico che è il sale di chi vuole vivere da protagonista e ben sa che il bene è un’emanazione dall’Uno, un Uno irraggiungibile, non sta nelle scatole delle categorie di Aristotele tanto care alla Chiesa e alle sue gerarchie. Avevo visto qualcosa come Saulo sulla via di Damasco. Alzai la mano e dissi: "ma Signora Maestra, in pratica è quello che dice Gesù!"

Divenne rosso fuoco, poi pallida e un pò balbuziente, con la sua pelle ormai stanca e le labbra fine ballettò che non avevo capito niente, col sorriso sorriso stentato, quasi dolorosamente arrabbiato, incapace di proseguire. 

Poi credo, e anche in fretta, ebbe a perdonarmi come si perdona a un gattino un graffio per gioco o un piccolo morso. In fondo avevo 10 anni. 

Avevo sempre saputo che era di Fiume, che era istriana, ma se la memoria dei lager e della Shoah oramai cominciava a essere una necessità, nessuno parlava delle Foibe e gli esodati avevano, ma forse hanno ancora oggi, una vergogna strana che li ha silenziati in un silenzio assurdo, ma è un silenzio urlante, sconvolgente, straziante che tortura chi ha empatia e deve massacrare i protagonisti le cui ferite si riaprono ogni volta che se ne parla. La resilienza. Il passato, quello che scalfisce, quello che da bambini ci imprigiona come bonsai in scheletri di rame che ci modellano e piegano alla volontà di orribile giardiniere, tutto tranne che Zen.

Qualche anno fa, passato il mezzo del cammin di nostra vita, mi infornai e trovai il nome della Maestra in un documento online ed ecco ancora la sua voce, stavolta aperta e sincera, volta ad un pubblico adulto, non ai suoi bambini, e immagino la sua voce ormai serena:

 “Venuti via da Fiume nel 1948, ci siamo fermati al Silos di Trieste, esperienza traumatica, là non c’era neanche la corrente elettrica, dovevamo dormire sul pavimento perché le brande erano finite poi ci hanno mandato al Centro smistamento profughi di Udine e di lì al Campo profughi di Lucca, dove si stava proprio male; siamo finiti in Piemonte, dove non ci davano la residenza perché l’Amministrazione comunale era comunista” e ancora nel medesimo articolo: "Schivi e riservati, gli istriani parlano poco delle peripezie dei loro genitori, nonni e delle violenze titine¹".

Certi dolori non si placano con le fioriture degli alberi di Giuda, con lo scorrere dell'acqua primaverile sui nostri impermeabili costrutti, non con idee nuove che scaldino il gelo dei cuori. La guerra e l’orrore continuano, è la maledizione dell’uomo. Forse insegnare ai bambini il passato può aiutarci a rivivere il nostro vissuto sotto punti di vista che non avevamo. Mentre scrivo queste parole penso al mio essere bambino in modo clinico per rivivere da grande ciò che mi sono perso dentro agli schiaffi e alle carezze dell'infanzia e a ogni mio insegnante dico grazie, anche se quella scuola era vecchia, basata su regi decreti e poco democratica nonostante negli anni settanta le rivoluzioni sociali avessero dato un grande contributo al rinnovamento di tutti gli apparati statali. 

Le Foibe furono di fatto una vendetta alle atrocità naziste e fasciste, gli esodati furono accolti da un'Italia matrigna che urlava loro "fascisti!".

So per certo che la Maestra non era fascista, mi lasciava leggere Guareschi e quel Campanile che il fascismo lo aveva rigettato, una Maestra che ci leggeva un Ungaretti fascista ma il cui fascismo non trapela dalle sue liriche, D’Annuzio? Certo D’Annunzio era un esteta che inventò il saluto fascista ma forse fascista non fu mai, come leggere il fascismo fra le tamerici madide di pioggia? Forse se non fosse volato su Fiume. Forse.

Tutto questo mi ha reso libero di leggere in seguito Eco come Moravia o la Morante restando profondamente antifascista. E di questo vado fiero.

𝗕𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶

 𝗕𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶


Sono tornati gli aironi 

sui condomini grigi, 

sopra i depuratori

che sfangano. 


Attraversano spazi, 

interludi, diastemi, stagioni

per rifare il nido 

sui rami dell'Ontano 


e piove, come le tue parole, 

il desiderio di vita 

mentre fioca la luce del giorno

e riporta il suono lontano d'un treno 

la sua monodia ostinata sulle traverse, 

sulle nostre vite appaiate

che planano lente le primavere. 



sabato 4 febbraio 2023

D'inedia

𝗗'𝗶𝗻𝗲𝗱𝗶𝗮

Gelido è il ritmo

dell'assolato meriggio,

qui

non si respira

e colo

d'inedia appeso

catramosi pensieri. 

                            Per Sonum, 2009






Buon Natale a chi non crede

𝗕𝘂𝗼𝗻 𝗡𝗮𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲 (divertissement) 

Buon Natale a chi non crede
che la guerra porti pace
chè le armi ed i cannoni
sono un business da milioni

Buon Natale ai bambini
alla fata dei dentini
alle mamme ed ai papà
che preparano le strenne

ad i gatti innamorati
che festeggian con le renne
sopra i tetti delle case
fra le tende dei villaggi

fra periferie d'amianto
fra favelas di lamiere
fra foreste di cemento
sopra oceani di menzogne

Buon Natale a chi non crede
di poter aver ragione
a discapito degli altri
senza mai pagar pigione

d'una casa ormai distrutta
dal calore del petrolio
senza alberi né erba
senza vasi sui balcone

con appese alle pareti
solo pagine d'inchiostro
che non ti restituisce
la realtà di questo mostro

Sì perché non siamo altro
ed un giorno solo all'anno
rifugiamo nel Natale
e ci facciamo piccolini

dentro false mangiatoie
con lucine, con santini
con la stella nuova a led
e le belle statuine

Buon Natale a chi non crede
che rinasca oggi Gesù
l'anno ucciso sulla croce
no, non torna proprio più

perché tutto il pentimento
è un gioco di promesse
fatto apposta per lavare
le coscienze compromesse

Buon Natale a chi ha la fede
ma non crede negli dei
stringe in mano una preghiera
che non volge verso il cielo

ma che giunge dove il gelo
spacca i sassi in fondo al cuore
e vi semina speranza
e la forza dell'osare

Buon Natale anche a chi crede
negli ammortizzatori
nelle chiese, negli aiuti, 
negli scivoli precoci, 

Buon Natale a chi non vede
Buon Natale a chi non sente
Buon Natale a chi si regge
col supporto del bastone

Buon Natale a quello scemo 
dentro la televisione
Buon Natale a Don Camillo
che parlava al crocifisso

Buon Natale alla vecchietta
che cucina stoccafisso
per la cena ai nipotini... 
mangeranno sofficini

ché le cose d'una volta
se le mangino i nonnetti
che si mangino il Natale! 
Tanto poi che cosa vale? 

Buon Natale a chi non crede
che potremmo migliorare
ma guardandosi d'intorno
continuerà a lottare.

Un anno

𝗨𝗻 𝗮𝗻𝗻𝗼

Solo, con l'aria mesta, chi ricorda
insegue i lineamenenti ed i profili
fatti di ombre, di lapidi infossate,
di operai cimiteriali accartocciati
retti da un manico di pala,
il volto acceso d'alcol e dal lumino
di brevi soste, fatte di sigarette.

Ma tutto sembra avere una regia
anche nel freddo di questo cimitero:
a un anno dalla morte ancora sento
la voce viva,

resta nei segni, rimane nel ricordo,
negli urletti festosi dei bambini,
su pellicole improbabili e nei bar,
ché del passato nulla si distrugge.

Ti porgo il mio saluto come a un vivo
ché giunga alla tua gente il mio sorriso,
giunga a te, in qualsiasi paradiso.

                                            Per sonum, 2013

Il libro

𝗜𝗹 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼

Il buio ritorna la sua voce
come rimando al capitolo già letto
e cerco nel calore un po' di vita
anche se appare muto questo embrione
prefazione, epilogo e riassunto,
che esaurisce la curiosità
come il sorso ultimo del tè.

Le palpebre socchiuse, 
flash back di cartapesta
policroma, ma stinta,
spegne quest'ostinata luce
che ci divide in abat jour diverse
protese, come noi ai soffitti,
riflessi dei nostri comodini.

Piego la pagina, solo segnalibro, 
giorno per giorno gelosamente chiuso
a scrigno di segreti consumati
nell'intimo scaldare notti diafane
che cristallizzano il ricordo d'un proposito
esalato in osmosi dalla pelle.

Ho sempre un po' invidiato chi
affronta libri senza copertina
senza considerare se manca qualche pagina.
Vorrei poterla amare un po' cosi,
senza considerare eventuali lieto fine
e senza leggere le note dell'autore
perché è nostro e lo scriviamo un poco al giorno

e poi la sera ce lo raccontiamo.

                          Per Sonum, 2021

Pramvere

𝗣𝗿𝗮𝗺𝘃𝗲𝗿ë

Fredda
per costruire il nido
sotto tegole ammuffite, 
piovosa e spenta
nell'imbroglio dei germogli
nell'alba umida, 
nei canti della bora.

Eppure freme
sotto il marciume della torba
il solletico di vita
e, all'apice verdognolo di gemma,
il merlo tesse le sue lodi
accartocciate nelle ombre.

Ci sei ancora
sopita nella brina ragnatela,
e scricchia il nuovo giorno
con le efelidi che il sole ti ravviva
di pratoline e biondi crochi.

Si gonfia il verde muschio,
che becchettato,
sfodera il suo manto
di funghi e d'erba matta,
primo fuscello
per tessere l'asilo ai tuoi neonati

ancora lividi,
ma presto rallegrati giorni
come la carne bianca
che passa al bel vermiglio
rosa impudico
di esser nata nuda. 

                      Per sonum, 2013

Folia

Folia

Com'è diverso il suono qui, dalla platea.
Così la foglia, in sole penninervie,
della foresta ascolta il verbero autunnale.

                                          Per sonum, 2013

Le sfumature del colore rosso

𝗟𝗲 𝘀𝗳𝘂𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗿𝗼𝘀𝘀𝗼

Non è cambiato nulla eppure
 non ti riconosco
docile amara terra 
all'incrocio fra i due fiumi.

Sul colle prima sventolava una bandiera
lacera e rossa come il sacrificio, 
più sotto le tue donne indaffarate 
ad ammassare le cassette del mercato 
polveroso e unto ed i bambini zingari in disparte
succhiavano le ossa del bollito.

È il technicolor forse che ti ha smunta
lasciando il rosso alle lattine della cola
e ai pochi tavolini scombinati
sopra i marciapiedi esplosi
ove si parla ancora della dittatura quando,
tutti gli schiavi erano felici allo stesso modo
e liete le serate nei giardini a distillare il giorno. 

Vibrava il sottopelle se giungeva da lontano
una stonata rima di quel "Celentano"
e sognavamo una libertà che consentisse almeno
di cambiare aria, di poter scendere a Tirana, 
senza render conto se andavi al lago o al mare a chicchessia. 

Ora le abbiamo le lattine in alluminio,
l''talia in casa,
le partite in digitale, 
la connessione per parlare con l'America e i parenti, 
sfuggiti ai tempi duri e più tornati
con quell'accento strano
quando li chiamavamo dall'ufficio della posta
solo pel Bajram. 

Non ci era consentito di pensare prima
quando passava la guardia
e lo spione ci sciupava le serate
appoggiato al bordo del biliardo
quello di Stato dentro al bar di Stato, 
ma pensavamo eccome! 

Ora cantiamo liberi e felici i nostri vecchi inni popolari
di cui non ricordiamo le parole 
e resta solo vaga 
la stanca melodia, priva d'accenti. 

Il vuoto rende tutto uguale. 

Né si lotta né si deve masticare,
in questo tanto agognato mondo
ché è Bajram ogni giorno,
ma mai ê festa.

                             Shkoder 05/03/2007

                                                 

È un intarsio

𝗨𝗻 𝗶𝗻𝘁𝗮𝗿𝘀𝗶𝗼

È un intarsio, un mosaico di luci
la tua pelle cui giunge il riflesso
del mio mare, di taglio, che imbruna
il lotto gotico delle calli,

ma sprofondo in melmose barene
al pensiero d'un altro distacco,
noi basilica col battistero
equilibrio impeccabile e sacro.

Le candele, le lampade ad olio,
il profumo d'incenso e il salmastro
ci inondano.

La tua voce si aggrappa alla mia
in un canto monodico lento
e risana il dolore,

fino al prossimo incontro.

                      Per Sonum, 2013

Gaza 2012

Gaza 𝟐𝟎𝟏𝟐

Il silenzio assorda
sillabe tronche
fra le macerie.

Respiro appieno
questa polvere di morte, 
in ogni alveolo
è putrescenza

e riprendo il passo
sincopato
di chi non ha più niente ché il terrore, 
affogato, 
di guardare

                     Per Sonum, Manzano 2012

Ars Nova

𝗔𝗿𝘀 𝗡𝗼𝘃𝗮

Parole appese alla rinfusa
si aggrovigliano ai diastemi scoloriti:
è il gesto della nonna che rincorre
con una mano una molletta
con l'altra dirige
l'orchestra delle foglie

i piccoli si tuffano nel vento colorato
di ombre morte e odor di funghi, 
contrappunti d'organa
in severe quarte parallele, 
e trítoni sensuali vibrati alla minugia.

Sull'Amen gregoriano della bora
è un melisma il gioco delle voci
i risolini stanchi, le "gate gate" sui pancini
e intingolo d'inchiostro la mia penna
per una nuova pergamena
che sa di matricali e frottole fiamminghe 

in alterchi stanchi e omoritmìe mi poso
 e prego
un Dio plagale
che dia certezze 
senza intermediari e media

come la gioia un tuffo
nell'ultimo fieno 
prima dell'inverno.

                             Per Sonum, 2021

Un bacio

𝗨𝗻 𝗯𝗮𝗰𝗶𝗼

L'ouverture degli sguardi
- senza il ciarpame delle parole -
è esplosa in grovigli di pelli ambrate
in liquide e sorde carezze. 

Profuma d'oblio 
un po' d'amore rubato e
solletica verbosi i pensieri
e solo

il timbro dell'ancia
riassume tanti presagi
in pochi respiri.

                           Per sonum, 2022

Oltre quel confine

𝗢𝗹𝘁𝗿𝗲 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗶𝗻𝗲

Attento! Ancora appare
nel verde militare lento
sgorgare un rivolo:
albori che si allungano in un soffio
sul crinal d'oriente
a valle cristalline stillano

sipide d'erba e di licheni,
vermiglie gocce,
rosari rubri su dirupi e cime,
corone sparse, gallerie riarse,
dalla mia Carnia fino al tuo Altipiano
che ingoia piano
il sangue a grumi,
la neve bianca e il muschio, la bandiera

e m'accompagna fino a sera
flemmatica parola, occhi lontani,
le dita rattrappite dai geloni,
le braghe blu della cartiera
il tuo racconto di quelle doline,
dell'arco delle Giulie
frontiere e fronte.. 
e dire 

che trovi pace ora,
oltre confine.

                                   Per Sonum, 2008

                           in morte di Mario Rigoni Stern

Adriatico Orientale

𝗔𝗱𝗿𝗶𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲

Sbatte, come sul frangiflutti,
l'onda dell'ultimo distacco
e resto, appeso al molo terzo,
mentre la retina riflette e mi confonde
le immagini fugaci dell'imbarco.

Sono solo, come le scialuppe,
eppure siamo in tanti in questo mare

seguo il profilo delle Cornadi lontane,
ne corro i lineamenti con le dita,
tocco la bocca di Cataro e la varco,
sento la lingua calda dei suoi monasteri
e scendo ancora a Santo Stefano ed Ulqin
per ritrovarmi sulla foce della Buna
a risalirla inseminando l'acqua 
che mi confonde con la sua dolcezza
e ritrascina, salmastro, ancora a valle,
quasi un rifiuto 
che mi fa tornare.

                       Per Sonum 2008

Saranda

𝗙𝗿𝗮 𝘁𝗼𝗿𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗲 𝗳𝗿𝗼𝗻𝗱𝗲 (𝗦𝗮𝗿𝗮𝗻𝗱𝗮)

Dov'è l'allodola e la cincia
s''intrecciano coi vimini i pensieri
di noi, senza corazze o maschere,
fra le romanità e l'oriente, 
rovine greche e pescatori.

Si mescola
nel nostro ditirambo,
la danza, unita al canto,
il seno prosperoso e poi..
dormirti affianco.

Ma il vento è solo un'illusione,
e lotterò per quell'odor di menta
e d'anice disciolto nel mattino,
per il pastello dei tramonti
disteso a pennellate sopra Otranto,

un solo fotogramma dei tuoi occhi
non si ostenta,
si cela gelosamente al buio, 
da accarezzare quando c'è scirocco

dov'è l'allodola e la cincia
è il loro Vespro
disteso
in contrappunto. 

                           Per Sonum, Ksamil 10/06/2007

Make up

𝗠𝗮𝗸𝗲 𝘂𝗽

In mancanza dell'olio di noce
ungerò di lino i tuoi sguardi,
i cinabri delle sfumature
giungeranno al carbone
di ossi di pesca, 
di carta bruciata,
di salice e betula pendula.

Cosi il verderame pallore
schiuderà le labbra vermiglie
svelando difetti e sorrisi accennati
che sempre m'han contrastato,
rincorso le mie penombre,
aggiogato l'incanto d'un bimbo
che in tasca non ha

che la strada di casa.

                              Per Sonum, 2019

Delle nuvole

𝗗𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗻𝘂𝘃𝗼𝗹𝗲

Ho scritto a me di me e per me
né capro e tanto meno sacerdote,
ma solo coro
appeso alla mia cesta
nel coltivare bozzoli monologhi.
Scoperto il fuoco, l'aquila mi lacera,
ma è certo peggio sopportare la commedia
senza un capro sull'altare
ed ascoltare le risposte della gente
che a unita voce sanguinante sbraita,
nel delirio, per Barabba.
Ed io riscopro il mondo nel peccato
poiché ho avuto vita 
da Eva e da Prometeo,
i miei temi son le cause del sistema
non l'assurda base dell'accusa
per cui ti chiamano a giurare sui libri e sulla
storia.

Morso dall'aquila, bevendo la cicuta
o rinunciando al terrestre paradiso
non muoio Don Giovanni scellerato
che non conobbe della donna il fuoco,
ma da esso venne risucchiato.
Ora ascolta discepolo e maestro:
sta nel monologo il segreto
non nel belare del pubblico pagante
che attende solo del tuo piede il fallo.
Fallo e basta che forse sta nel gesto,
nella pennellata la virtù che accende!
E bruci solamente chi
non vive ancora le sue nuvole.

                   Per Sonum, 2016

Tarassaco

𝗧𝗮𝗿𝗮𝘀𝘀𝗮𝗰𝗼

Soffi di sole e pioggia,

lattiginoso stelo che si arriccia

il primo amplesso tramutato in pianto

la meraviglia

e ti sto dentro come una farfalla

fra i palmi d'un bambino una sbirciata

e poi volare in cerca d'altro miele,

imago io_e_tu dente di leone.

                                               Per sonum, 2008

Chioggia

𝗖𝗵𝗶𝗼𝗴𝗴𝗶𝗮

Chioggia dal vernacolo volgare
eppur cortese nel tuo bestemmiare, 
chiassosa e ciarlatana nei mercati, 
spacciasti ai tuoi putei dell'esche finte
fra le ceste e le reti variopinte:

non corbole o la schia o le canoce,
ma camole per pesca d'acqua dolce
seppur salmastro sia ciò che t'inonda
compresa l'aria attorno solforosa,
il labbro dell'amante e della sposa.

Consiglia dunque a questo ragazzino
armato d'una lenza e qualche amo
una stradina, un sandalo, un canale,
per dimostrare ai veci la perizia,

un porticciolo dove all'imbrunire, 
calmato il tuo vociare bottegante, 
si possa catturare qualche ghiozzo:
fallo sognare "so' deventà grande!"

                        Per Sonum, 2014

Hlebine, in galleria

𝗛𝗹𝗲𝗯𝗶𝗻𝗲, 𝗶𝗻 𝗴𝗮𝗹𝗹𝗲𝗿𝗶𝗮

E se ti ho mai parlato delle nuvole..
I'ho fatto solo per non ammarliarti,
non era di Aristofane o de Andrè
soltanto un crine del pennello,

era soltanto un byte d'un quadro di Monet
e ora da questa regia vorrei offrirti
dodici tele lunghe almeno quattro metri
da destinare ognuna a un padiglione

per le serate a passeggiare con le amiche
nel giardino dell'Hôtel Brion.
La vita già regala le certezze,
naif di contadine di Koprivnica
volte al terreno, culo in su, ché il cielo disappare

sfora soltanto nei riflessi delle pozze
o ti sussurra in squarci di violenti temporali
ed io dipingo i Beatles con le dita
recito lodi a Sofia Loren e a Janis Joplin

e mi ritrovo la bottiglia disseccata,
verde tortura per i tuoi colori ad olio
che indelebili continuano il tormento, ma
perché non t'ho parlato delle nuvole?

Sarebbe bello ora confrontarci
davanti a un sushi, con la musica che non ascoltammo,
con un Battiato cameriere e un Papa cuoco,
t'annoderei le mani e poi, 
a farfalla,
le lascerei volare.

                       Per Sonum,  2006

Lo sfalcio

𝗟𝗼 𝘀𝗳𝗮𝗹𝗰𝗶𝗼

Seguivi la masiera che portava al campo
con altri pellegrini per sfalciare,
sotto il fico poi ti coricasti e quella sera
non ci fu il rosario giù in contrada:

fermò il suo gorgogliare
la fontana di vimini riempita,
il gracidare delle raganelle,
fermò il ronzare delle mosche
e in stalla l'occhio della vacca

roteò 

il dolore per la dipartita. 

Ché nel vuoto dell'ultimo sospiro
spense la sera, come lume privo d'olio,
il mio cercarti lungo gli argini di verde
e accese di mistero le preghiere
d'una realtà che s'apre all'infinito
e ancora rende vive le parole
come interstizi di timo e sassifraga
germogliati fra le pietre nere.

                                                 Per Sonum,  2014

Trst

𝐓𝐫𝐬𝐭

Era di bronzo il tuo sostare
come il frusciare a sera dei tuoi libri
mentre invece mi perdevo nella bora
su pei camini e giù fra le stradelle,
per le scalette di S.Giusto e via,
fino al Sartorio.

A Ponte Rosso ti abbracciavi spesso
a quel glaciale simulacro dublinese
mentre correvo con lo sguardo i marcapiano
sotto finestre accese di calore
per incrociare dietro al vetro intelaiato
profili molli di donne grassottelle
incuriosite dal mercato

Lungo il canale oggi passo solo
fra bancarelle e venditori di croccante,
incrocio James con tanto di cappello
mentre procedo verso la periferia
senza passare sotto il nostro albergo
che è diventato, pare, un'ambasciata.

                                                    Per Sonum, 2008

Creolo

Mi ripenso come ad un deserto vivo, 
a una marea di sangue e di pallottole, 
sibili di tradimenti e botti infami 
fra i mercati delle periferie 
dove mi son venduto a poco prezzo: 
le gambe a dieci Lek, la testa a venti. 

In questo tormentato naufragare 
talvolta mi ritrovo dentro, 
dentro a quel mondo morbido e costante 
senza le frustrazioni, senza le antiche ansie 
ed il sudore è sale che dà vita 
ad ombre nuove, a luce che di taglio 
anima i corpi.

Questi fendenti, ritmici e profondi 
non ho capito mai dove finiscano 
forse dietro quegl'occhi che socchiudi 
e vibra al culmine lo spasmo 
come se un solo colpo fosse stato inferto, 
ma è sempre guerra, e ancora mi mitraglia 
appena cala il battito cardiaco, 
lo stato delle cose, la voglia di cambiare, 
di ritornarti dentro, di sedarmi, 
di darci un solo figlio, 
creolo, 

senza cittadinanza e senza pena, 
senza ragione d'essere insultato, 
per le colpe mie o dei miei padri, 
con gli occhi grandi da riempire 
poco a poco con le grazie della vita 
e neanche un gesto, neanche una pittura 
di quell'orrore che ci ha tormentato 
e fino ad oggi ci ha provocato insonnie
e restino fuori le immagini di morte!

                                    Per sonum, 2009

Orcolàt

𝟳𝟬'𝘀 - 𝗢𝗿𝗰𝗼𝗹à𝘁

Ci sono teatri nella memoria, morti
In bianco e nero,
tanti corpi.
Ci sono momenti così vivi
che ridanno colore a ricordi in crinoline
- mi appendo alla sottana, mi cola il naso -
"Dormi bambino bello
è un brutto sogno"

Ma la mia primavera è stata
terremoti e bombe
e non c'è Polaroid che tenga
Papa Luciani, Moro, l'Orcolàt ...
e la radio la domenica
e il novantesimo minuto

"Cos'è un minuto mamma?"

Mille morti. Milleuno.

                        Per sonum, 2018

Durres-Trieste

Tre versioni a me vicine tanto da confondere, mentre mi leggo, la lingua del mio pensare... 

𝐃𝐮𝐫𝐫es 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐬𝐭𝐞

Është kjo diasporë
që akoma na ndan
Si dallëndyshet e mjellmat,
si balonë të cilës i është këputur filli.

Rrënqethëse lamtumira
n'përqafim t'përlotun
në hyrje të portit
e ndame prej kartës 
së imbarkimit

Më kujton vitin '97
kur fishkëlleja plumbat qorra
tuj imitu grumbull i tyre
në mes krenave 
t'pafajshëm
t'malsorve t'ulun n'kafe

Ti tash ndjek mullinin me erë
unë drejtoj parmenën e ftohtë
Gjani është veteriner në New Orleans

Gjithkush e mjell kopshtin e vet,
perime o lule,
por mbetet e shkrime n'gjoks nina nana 
që ajo na këndonte
e përsëritun si motiv këmbëngulës
te radio Tiranë

𝐃𝐮𝐫𝐫𝐞̈𝐬 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐬𝐭𝐞

È questa diaspora
a distaccarci ancora
come rondoni e cigni,
come aquiloni cui si spezzò il filo

Stride l’addio
in lacrimoso abbraccio
all’ingresso del porto,
stracciato da carte d’imbarco

E mi ricordi quel ’97
quando fischiavo pallottole cieche
imitandone il guazzabuglio
fra i crani 
incoscienti
di montanari seduti ai caffè

Così ora tu insegui il mulino a vento,
io guido il mio aratro freddo,
Gjani è veterinario a New Orleans

Ognuno solca la propria di aiuola,
d’ortaggi o di fiori,
ma rimane disciolta nel petto la ninna nanna 
che lei ci cantò
ripetuta sul tema insistente
di radio Tirana

𝐃𝐮𝐫𝐫𝐞̈𝐬 𝐓𝐫𝐢𝐞𝐬𝐭𝐞

E je chiste diàspore
a slontananus ancjemò
come cisilis e cesens, 
come dragòns
che si àn dispicjâs dai fîi

Sgríin i "mandi"
tal strenzon lagrimôs
da l'ingrès dal puart
sbrindulât 
come cjartis di imbarc

E po' mi visi di chel ’97
quand c'o sivilavi lis balis vuarbis
daur al pacjuc
fra i cjafs incoscients
dai cóiars sintâts tai caffè

Cussí tu tu coris daur ai mulíns a áiar, 
jo o tiri le me vuarzine frede
e Gjani al è vetrinari 
a New Orleans
Ognidun al sgjave il sò strop
di arbis o di rosis,
ma e reste disfade tal pet le naine 
che nus cjantave 
dopleàde 
sul cantin indurant di radio Tirane. 

                         Per Sonum,
                         Traghetto “Venezia” 22/11/2005

Parole

𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲

Descrivi
di un'ombra ritagliati
gli spigoli e i colori
e d'un istante ti svelerò soltanto
l'eterno amplesso,

ché inafferrabile è l'essenza
e più parole avrai sprecate
più crederai nel vuoto,
come in un sacerdozio.

Anch'io ho confuso il logos
con l'arte della levatrice e resta
del mio teatro la carcassa
nell'eco madida di sangue
su pietra dura
e su tovaglie bianche.

                                     Per sonum, 2013

Come un miraggio

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻 𝗺𝗶𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼

I passeri s'ammucchiano su questo vecchio Camerun,
come i pensieri danzano senza mai riposo
e il gallo ricomincia già il suo canto
con voce disperata
al nuovo giorno.

Forse non ho dormito affatto questa notte,
mi ha coccolato il suono della terra,
l'ho accarezzato e poi l'ho liberato
mentre della rotaia s'ode ogni traversa
e giunge l'alba come alito caldo
che increspa il mare

e d'Otranto il riflesso disappare
come miraggio stanco affievolisce
e incede lenta la consapevolezza
che non riabbraccerò questa mia terra
a cui ho giurato devozione 
sull'altare. 

                    Fier (Shqiperia), 6 Shtator 2007
                                   

Pasqua

𝐏𝐚𝐬𝐪𝐮𝐚

Semichiusa la mano è rossa
nel controluce pulsare
di vene accennate

intorno un grumo di cuore,
meraviglia bambina di uomo
che chioccia

e si fa piccolo
piccolo

                         Per Sonum, 2020

Non c'è più la scuola di musica

Nᴏɴ ᴄ'ᴇ̀ ᴘɪᴜ̀ ʟᴀ sᴄᴜᴏʟᴀ ᴅɪ ᴍᴜsɪᴄᴀ

Parole sacre frusciano dentro
e Shkodra - dove passa la Drina -
m'agonizza e guarisce
per lasciarmi morire.

Consumo qebab sulle pagine
lacerate, di bibbie rubate,
e m'intona il muezzin, prej xhami, 
a modi non pitagorici
che non sembrano avere una logica,

nemmeno tu la comprendi oramai
la lingua che parli.

Resto fermo sui marciapiedi
in equilibrio, ma precipito dentro, 
rotolo lungo le strade,
fra i tavolini dei bar
fino alla scuola di musica
dov'è solo un docente che studia
mugolando la fame.

Chissà il tuo violino dov'ė, 
forse lo suona un bambino,
un altro, di Kiras o Mark Lule,
e il mio cuore s'impolvera ancora
dove il fango è più dolce del miele,
dove sei nata, a Sarreq,

dov'è la tua terra è la mia.

                                 Per sonum

Berber

𝗕𝗲𝗿𝗯𝗲𝗿

Sudato e stanco specchio, 
nella spunta dei capelli, 
quanto vale questo mio sostare,
il lesto sforbiciare del barbiere
o l'andatura mesta delle vedove

del cielo s'intravede uno spiraglio
su questa sgangherata terra
filtrata dalle nuvole di polvere
e dagli sbuffi, catramosi aliti,
delle marmitte ricucite a mano.

Più in là c'è il mare inferocito
che sbatte sulle coste il suo bacino
inseminando fiero l'occidente
dentro le glabre curve d'Albania, 
spianata sabbia ed aride colline.

E resto
nel rinnovato mio allibire
quasi inerme
come la terra a sera

al che s'imbruna

               Fier, agosto 2007

                             

La pennichella

𝗟𝗮 𝗽𝗲𝗻𝗻𝗶𝗰𝗵𝗲𝗹𝗹𝗮

Un'emozione intima, essenziale,
sfiora gli oggetti con pennellate d'ombra, 
cresce le forme e ne accarezza i bordi
smorzati, come a lume di candela

toni sublimi dal profilo scuro,
taglienti e spessi, senza una parola,
trasformano concreti i tuoi silenzi
nell'inarcare il filo della schiena

Sei voce che si immerge nel meriggio
interrogando i segni e i movimenti
scanditi dal procedere del tempo

Rispondo disgregando l'equilibrio e,
roco sussurrare sulla pelle,
mi do all'incanto.

                                          Per sonum, 2013

Udine anno 0

𝗨𝗱𝗶𝗻𝗲 - 𝗮𝗻𝗻𝗼 𝟬

Stretto nelle mie tasche rovisto 
l'indifferenza di negozianti 
barricati nelle loro casse morte,
di immoti degustatori di decaffeinato.

Tizzoni spenti da folate umide 
echeggiano la pietra di questo municipio
e solo il clerico vagante 
recita in slow motion 
contrappunti che non gli appartengono
privato d'ogni neuma mensurale
per qualsivoglia contrappunto. 

Neanche un bordone s'ode
neanche una panchina
su cui poggiarsi per tenere il liuto:
le hanno tolte per contrastare il traffico
e l'indecenza del canto trobadorico
troppo profano per il loro teocentrismo.
Solo strenne di zampogne su YouTube. 
E cartelli stradali in bilinguismo
che ostentano l'altezza dei loro campanili
inutili. 

In risonanza con soli e pochi amici,
mendico la mia città
mentre inciampano i ricordi
su stolte mezzerie:
è privo di una chiave questo tetragramma. 

M'investe profonda solitudine
e odo in lontananza 
le sirene intonare i requiem
con l'effetto Doppler. 
Unica musica dentro al rumore
d'una città che vive
su squallidi pacemaker, 
metronomi azzoppati e suoni digitali, 
50Hz in manu Dei.
Mandi.

                           Per Sonum, 2021

Ita Missa est

𝗜𝘁𝗲 𝗺𝗶𝘀𝘀𝗮 𝗲𝘀𝘁

Maschera pallida,
ambigua emozione,
non celi la vibrazione
del pianto che scioglie ogni trucco
in questa Quaresima.

Appeso agli angoli resta
l'irriso, lo stolto,
il centurione che straccia le vesti,
la matrice del lutto
sbordato
nel tuo rossetto.

Pensa ai coriandoli, pensa:
sono particole
i corpi morti che hai accarezzato
sul soglio chiedendo perdono
per i tuoi difetti,
non per il male che hai fatto
e ricomincia la farsa.

                     Per Sonum, 2020

Lasciami dire

𝐋𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞.. 

Ë un mondo occulto la tua sovrastruttura
quell'esoscheletro di vetri e di stanghette
maschera noir quasi disadattata
senza impotenza allo scorrere del tempo
e nel contempo futurista alla Govoni.

Non è ambiziosa certo l'intenzione, 
il tuo imitare le parole con il suono,
il tuo annotare respiri e vibrazioni,
portarti appresso lettere scadute
che ti risveglino il profumo di una amica.

E spirito e fenomeno si incontrano
a modelli, a spunti, a riflessioni,
residui occulti di forme e contenuti,
che si fondono in liriche fantastiche
dialoghi muti dipinti nella notte

senza frontiere, senza limiti di suono,
come uno spettro che rincorre le emozioni
è la frequenza che pervade la poesia,
solleva gli astri, fremono le notti
di chi ti legge,
dentro.

                        Per Sonum, 2013

La porta d'Oriente

𝗟𝗮 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗱'𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲 

Rovistandoti piano

il tuo immateriale
si è impadronito del corpo

che si altalena ora
fra la grande porta d'oriente
e l'imbrunito meriggio.

Ritmi dispari vaporano essenze
e il tuo confonderti lento fra quella gente
sorseggia piano l'umore sottile
di chi non ha più nulla da perdere

ma non scolora i suoi giorni.

                                      Per Sonum

𝐴 Massimo 𝑒... 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑚𝑒𝑟𝑎𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑠𝑎 𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑡𝑢𝑟𝑎..

Eone

𝗘𝗼𝗻𝗲

L'autunno è il riposo di Dio, 
il settimo giorno, 
di un Dio che sa di castagne 
e profuma di funghi, 

un Padre che si assopisce 
nell'odore del mosto, 
un nonno che muore e alita l'anima 
come vinaccia, una vedova 
che esce da un cimitero 
ed ha un pensiero nel cuore:
sarà primavera di nuovo. 

E già freme il frumento 
all'odore di neve.

                       Per Sonum 2021

Autunno

𝗔𝘂𝘁𝘂𝗻𝗻𝗼

L'autunno confonde
le foglie con gli uccelli,
restano solo tonfi sordi
in sussurri d'ombre

crepitii di foglie
trapunte d'erba morta.

Impronte.

          Per sonum, 2013

Illiria

𝗦𝗮𝘁𝘂𝗿𝗻𝗶𝗱𝗶

E ti ripenso
ancora dentro ai miei jeans, 
il nostro tropico allo stesso emisfero,
cosi com'era stata la notte
senza troppo dolore
e resta del dimesso piacere
il rispecchiarci su vetri affollati
d'immagini nude, di amplessi

ora lontani
per non disperdere il senso
sulle moquettes degli alberghi
o sulle pallide immagini che hai disegnato
che si confondono con le nostre anime
insoddisfatte, ma cosi nitide e rare.

                                Per sonum, 2013

Nord Est

𝗡𝗼𝗿𝗱 𝗘𝘀𝘁

E già il frumento
invoca la rugiada,
è un verdechiaro fremito,
silenzio ch'è già brina,

io resto, docile al tramonto,
di macchie lilla e rosso d'uovo
riflesse a Oriente su cirri in crinoline,
raggi di taglio sull'arco delle Giulie
che increspano il candore delle vette
devote alla guglia del Canin

e piomba dentro,
smarrendomi, l'incanto,
sulle spalle un'altra stola,
dietro alle spalle un'altra
quieta
sera.

                        Per Sonum,  2016

Saturnidi

𝗦𝗮𝘁𝘂𝗿𝗻𝗶𝗱𝗶

E ti ripenso
ancora dentro ai miei jeans, 
il nostro tropico allo stesso emisfero,
cosi com'era stata la notte
senza troppo dolore
e resta del dimesso piacere
il rispecchiarci su vetri affollati
d'immagini nude, di amplessi

ora lontani
per non disperdere il senso
sulle moquettes degli alberghi
o sulle pallide immagini che hai disegnato
che si confondono con le nostre anime
insoddisfatte, ma cosi nitide e rare.

                                        Per sonum, 2013

Tirana, viti 17°

Tirana, viti 17°

Nei rifiuti rinasce questa terra 
da rimasugli pasti di cani sgangherati, 
dai cassonetti feriti ed accasciati 
a vomitare i marciapiedi 
colmi d’immondizia 

Sciancati gli spazzini zingari new age 
con il bluetooth e un sigaro toscano 
comprano euro in boulevar da un Muhaxhir: 
son gli unici operanti nella notte 
assieme alle baldracche dei night club 

In polvere d’amianto e di carbone 
scivolo i muri ed i cartelli stagionati 
per celebrare le giornate a Nanë Terezë, 
e mi rifugio dentro un altro Bloody Mary, 
tanta amarezza e quattro gocce di tabasco, 
mentre processano l’ennesimo politico 
stile raitrè alla tv di stato, 

eppure qui mi sento miserabilmente vivo.

                                            Per Sonum, 2012

Il mio Don

𝗜𝗹 𝗺𝗶𝗼 𝗗𝗼𝗻

Libertà di raccogliermi in grumi
mi attraversa accalappiando randagia
una realtà che sbatte le porte
e la devi accettare
senza accenno al dolore
o tradire il risentimento
fra le pieghe del viso.

Le scale cromatiche che ho ruzzolato
con le dita, induriti tizzoni, 
aspettavano il gelo più crudo, 
foriero di guerre, 
che il primo sole ha già spento
in profilarsi di ombre più lievi,
più consone a questo esercizio
e alla sua ritirata.

Sopra le nere carcasse,
sulle impronte disciolte
fioriranno di viole pensieri più miti, 
svanirà poco a poco l'odore dei morti
dissepolti della mia inquietudine
e saprò riprendere il passo,
lento, verso casa.

                            Per Sonum,  2009

L'attracco

𝗟'𝗮𝘁𝘁𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼

Non so ora dove tu sia 
ma rimangono i tuoi acheni
infilati come rosari
con canapa e lino 
rubato alle reti dei pescatori. 

Quando il mare s'imbruna
ti ho vestita di fronzoli d'oro, 
bardata di fiori di sicomoro
e ti ho lasciato parlare
senza aggettivi
finché è sopraggiunto il silenzio
e la notte ha scucito ogni singolo filo
lasciandoti nuda come una rosa
d'inverno, 
che si schiude e già brina. 

È così il ritmo delle nostre stagioni, 
dei ricordi, delle ore passate a suonare
endecasillabi piani e oggi riprendi a frinire
il tuo canto monotono e lento
finché non sopraggiunga la notte 
ed il vento ci spettini ancora con umido sale.

                                       Per Sonum, 2022

La girandola

𝗟𝗮 𝗴𝗶𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼𝗹𝗮

Ho costruito girandole a colori 
che il vento spegne con refoli e folate 
per regalarle in cambio di sorrisi. 
Li colleziono ed infilo dentro tasche 
che portano il cognome dei paesi

così, Furio Camillo delle labbra, 
raccolgo dischi vecchi per le strade 
nel mio teatro di memorie stanche 
nei canti blues, in cori di bambini 
che cullano il mio peregrinare... 

Rallenta vento, solo due secondi! 
Ch'io percepisca il rosso delle lingue, 
il verde di speranze che rinascono, 
il giallo che cinguetta ai canarini 
e il blu del cielo! 

Soffia poi, rinnova il bianco, 
ché allarghi delle pieghe l'angolo
e ci rispecchi 
in candidi dentini.

                          Per Sonum, 2008

Disteso

𝗗𝗶𝘀𝘁𝗲𝘀𝗼

E mi ritorni ancora
non un ricordo,
ma una scossa sottile,
un'onda che increspa la pelle
e si quieta
diluita dal tempo
come sotto una quercia disteso
che così solida
frastaglia il cielo
e lo compenetra

                     Per sonum, 2008

Notturno

𝗡𝗼𝘁𝘁𝘂𝗿𝗻𝗼

È ambrata la notte delle mie solitudini, 
della mia insofferenza alla vita 
fra preghiere e pensieri per i defunti, 
e tarda sempre il mattino 
su questo emisfero, 

in questo eremo ho inciso 
parole d'amore 
che non suonano più. 

Ho registrato passioni su vinili strisciati 
coi chiodi del mio cristianesimo, 
ma il profondo degli occhi 
non ha dimensioni che possa sentire 
chi non abbia altrettante profonde ferite,

chi si crogiola dentro il dolore 
generato da un apatico Dio 
per soli poeti.

                      Per Sonum 2013

Ferdinand

𝗙𝗲𝗿𝗱𝗶𝗻𝗮𝗻𝗱

In punta di piedi, in sette ottavi, 
così ho oltrepassato il tendaggio 
di questo teatro-officina. 

Senza parole e il fiato un po' corto, 
cortissimo, 
un'apnea mai provata
nelle mie possenti bracciate alla vita. 

Non c'è più confine, carta d'imbarco, 
passaporto e dogana, ma li tocco
i melagrani del mio paese
sulla strada di Shkoder
e brindo a voi vivi con questo raki 
di moscato che va sorseggiato
scostando la mano dai tasti, 
ammirando la sposa,
salutando con un cenno del capo
Voi che restate. 

Për të mirë! 

                        Per Sonum, 8 novembre 2020

Debeljak

𝗗𝗲𝗯𝗲𝗹𝗷𝗮𝗸

Il tramestío dei pensieri si snoda
lasciando il passo ai profumi, 
agli urletti festosi dei bimbi, 
a giochi di luci, 

talora una nuvola adombra il fondale
e gli anemoni schiudono, rossi di porpora, 
chiome sinuose in danze che straziano 
minuscole prede. 

Il vento trafila la macchia di mirto, ginepro
e di rosmarino, il pino 
si piega ad accarezzare le rocce
che trasudano sale. 

E anche gli uccelli si tacciono, 
non si sente che l'onda, più mite, 
del giungere a sera, 
fra le ginestre sfiorite

e le salicornie tutto si cheta
e sbiadisce in olivastri contorni, 
ciottoli tondi e conchiglie
da posare all'orecchio 

a ricordare il mare, domani, lontano.

                               Per sonum,  2022

Operazione Piave

𝗢𝗽𝗲𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗣𝗶𝗮𝘃𝗲

Caro Calamandrei, 
di Costituente e d'impiccati 
fra le magnolie in piazza 
non si parla più a Bassano 
ne' a Montebelluna. 

I cattocomunisti evasi 
e i molti liberali rilasciati 
trovano ospizio 
come le allodole la sera 
fra gli sterpi delle grave 

Dell'altura del Montello 
dal basso s'intravede l'orizzonte 
ed il nemico, luce alle spalle, 
può calcolare ben la parallasse. 

Sono salvo anche stavolta ché il capestro 
era troppo corto ed il nazista 
oggi è impegnato su altri fronti, 
ma meglio le magnolie al tradimento! 

Viva l'Italia di quelli come noi 
che non han perso la speranza 
e che la corda l'hanno ancora attorno al collo 
sui crinali, fra i rovi della macchia 
a tirar sassi alla più grave malattia, 

la non-memoria.

                              Per Sonum, 2020

La sofferenza

La sofferenza rimane muta, 
eppure girando i quartieri 
ciò ch'è invisibile a molti
appare così manifesto.

Senza una pezza di documento, 
in mano solo una carta d'imbarco, 
vorrei essere anch'io invisibile 
per guardarvi con occhi di stoffa. 

E navigo il pelago solco della mezzarìa 
trascinando il fio in un silenzio 
che imbarda reiterate memorie 
in questo esodo empio.

                                      Per sonum, 2009

Novembre

𝗡𝗼𝘃𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 

Sulla stessa panchina,
divisa dal baratro,
osservo l'intreccio dei rami,
arabesche cortecce s'intrecciano
ed esili dita abbracciano il cielo
e i comignoli e il fumo
e incorniciano storni smarriti
pronti a migrare 
per non farsi ingannare
dall'estate 
di San Martino.

Questa panchina segata a metà 
ci divide poco, bastava creare una pozza,
ad arte
per scoraggiare le solitudini,
abbeverarci di vita,
invece no

divisori, parapetti, confini..
e noi fradici di demagogia 
in un letto a due piazze
squarciato, a metà,
come la nostra scarna
percezione di essere 
ancora

umani.

                      Per Sonum 2019

𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

  Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone): 100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'in...