mercoledì 8 gennaio 2025

𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒


 


Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone):

100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'inganno, 

100g di Anna Karenina, perché aggiunge una dose di passione travolgente e angoscia con un pizzico di Lady Macbeth, che infonde determinazione e una volontà di ferro, 

200g di Emma Bovary (a metà cottura) per contribuire all'insoddisfazione e alle illusioni amorose e 200g di Maria Stuarda che completa il mix con la sua dignità e forza nei momenti di tradimento e vulnerabilità.

Cottura? Sei mesi, compresa la musica! 

Sì e la ricetta ci restituisce un sapore mozartiano, ma fra tutte le donne di Amadeus quella che ne esce è Donna Elvira! 


Complessa, capace di amare intensamente, di soffrire profondamente, di agire con decisione, di sentirsi insoddisfatta e illusa, ma anche di mantenere una dignità e una forza straordinaria. Un personaggio che, grazie a Mozart e Da Ponte, resta indimenticabile nell'immaginario operistico.


Sei mesi (di cottura) perché incredibilmente la stesura di Don Giovanni durò solo dalla primavera all'autunno del 1787. E questo periodo include la stesura del libretto, la composizione della musica, le prove e le revisioni finali! Mozart e Da Ponte sono riusciti a creare una delle opere più celebri e amate del repertorio lirico in un lasso di tempo che oserei definire ridicolo data l'immenso valore artistico del risultato. 


Ma torniamo ad Elvira che è uno dei personaggi più complessi e sfaccettati del "Don Giovanni".

La sua caratterizzazione offre l'affascinante ritratto di una donna tormentata dall'amore e dalla rabbia, ma anche determinata e con una profonda integrità morale.

Nobildonna, abbandonata da Don Giovanni, ritorna più volte per cercarlo e forse anche per vendicarsi. La sua entrata in scena è sempre potente e appare sempre determinata, vi basti leggere il libretto! Il personaggio oscilla costantemente tra il desiderio di vendetta e l'amore non corrisposto e, pur profondamente ferita, non è mai vittima passiva. È piuttosto una figura che, dopo l'abbandono, disillusa dal "catalogo" di Leporello, cerca sempre di confrontarsi con Don Giovanni e di mettere in guardia le altre donne dal suo gioco perverso, basato sull'inganno della seduzione e sull'abbandono. 


"Ah, chi mi dice mai" è la cavatina, piena di dolore e rabbia, in cui Elvira esprime la sua angoscia per essere stata abbandonata. La musica, con il suo tono lamentoso e le frasi lunghe e dolenti, riflette perfettamente lo stato emotivo. Le interruzioni orchestrali suggeriscono, a singhiozzo, determinazione.

Nel secondo atto, la donna esprime il suo senso di tradimento e dolore con "Mi tradì quell'alma ingrata", qui la musica è drammatica e intensa, con una melodia che passa da momenti di dolcezza a esplosioni di rabbia. Mozart utilizza linee melodiche con molte scale ascendenti e discendenti che simboleggiano i turbamenti emotivi. Quest'aria è anche un esempio della capacità di commuoversi e di mostrare una vulnerabilità profonda. 

Ma Donna Elvira è fondamentale anche quando non canta e ascolta: la cantante che la interpreta contribuisce sempre moltissimo alla resa di "Madamina il catalogo è questo" anche solo con la gestualità, Donna Elvira poi partecipa anche a molti concertati importanti che servono a mettere in luce la sua interazione con gli altri personaggi e la complessità delle sue emozioni. Ad esempio nel terzetto "Non ti fidar, o misera" la nobile cerca di mettere in guardia Zerlina contro Don Giovanni. La musica è incalzante e riflette l'urgenza e la determinazione di Elvira nel cercare di proteggere un'altra donna dal destino che lei stessa ha subito.

Ma la summa di tutto giunge nella scena finale in cui Elvira interpreta un momento cruciale cercando di redimere Don Giovanni e invitandolo a cambiare vita. Il suo intervento è pieno di passione nel disperato tentativo di salvare l'uomo che in fondo ama, nonostante ne abbia chiarissima la dissolutezza morale. Questo atto finale mostra la sua resilienza e il suo spirito indomabile.

È un personaggio unico, ricco di contrasti e di profondità. La musica che interpreta rispecchia perfettamente le emozioni mutevoli e ne delinea plasmandone le sfaccettature caratteriali. La sua presenza nell'opera è fondamentale, non solo come figura tragica, ma anche come simbolo della lotta tra amore e odio, perdono e vendetta, peccato e redenzione, tra la possibile giustizia terrena e quella divina, inesorabile. Anche se Don Giovanni è un personaggio sprezzante e impunito, Elvira incarna l'idea che, anche nelle circostanze più difficili, la speranza nel pentimento e nella salvezza possa esistere. Tuttavia, questa speranza risulta vana, perché Don Giovanni non si pente mai, e la sua fine tragica arriva come conseguenza della sua stessa ostinazione.


Mozart, attraverso la sua opera magistrale, rende Donna Elvira uno dei personaggi più indimenticabili e affascinanti del "Don Giovanni" e sicuramente il personaggio femminile più rilevante.


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐋𝐞𝐩𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐨, 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞𝐭𝐭𝐨. 1003 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑐𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒

 


Leporello è un servo leale ma stanco, codardo, simpatico, vivace. È un complice compiacente perché spera sempre di approfittare di qualche rimasuglio del "bottino" quindi ben sopporta le follie amorose del suo padrone curandone orgogliosamente la famosa "lista" di sedotte e abbandonate. 

È quindi un testimone e al contempo un complice che alterna riluttanza a frenetica eccitazione creando nello spettatore una sorta di "ironia empatica". 

Per lui si prova una simpatia per il ruolo di servo intrappolato in una spirale di caos e si ride delle sue battute e delle sue goffaggini, persino nei momenti più drammatici e questa miscela di comicità e tragedia stimola una riflessione su temi profondi, senza perdere il piacere dell'intrattenimento leggero e questo forse è l'ingrediente che rende l'opera D&G un gioiello unico! 

Don Giovanni... non Dolce & Gabbana! 


L'intera vicenda ha costretto il servitore a confrontarsi con la vacuità e le conseguenze del vivere senza morale nonostante il cinismo iniziale che lo aveva portato a tollerare e perfino partecipare agli atti criminali del padrone. Alla fine assiste alla rovina inevitabile di Don Giovanni e questo gli apre gli occhi sul fatto che l'astuzia e il carisma non bastano a sfuggire dalle conseguenze delle proprie azioni.

Leporello si rende conto che il mondo di inganni e licenze in cui ha vissuto come spettatore e complice non porta né felicità né significato, lasciandolo con un senso di vuoto e amarezza. Non è più solo il servo scanzonato, ma un uomo che ha visto il fallimento dell'immoralità estrema e la fragilità delle maschere sociali.


Nell'opera di Mozart, l'uso delle tonalità è un potente strumento per trasmettere emozioni e sottolineare l'essenza drammatica. Un esempio notevole è l'uso del re minore, che è emblematico della tragedia e del destino infausto. L'ouverture inizia con il re minore, simbolo del destino minaccioso che attende Don Giovanni e questa tonalità ricorre durante momenti cruciali, come il confronto con il Commendatore e la discesa finale di Giovanni all'inferno.


Nelle opere di Mozart, diversi personaggi hanno temi musicali o arie che ruotano attorno a tonalità specifiche, migliorando la loro rappresentazione emotiva e i loro ruoli drammatici. Ecco alcuni esempi notevoli:

La famosa aria della Regina della Notte "Der Hölle Rache" è in re minore, evidenziando il suo carattere vendicativo e temibile. 

Un'altra aria, "O zittre nicht, mein lieber Sohn", inizia in fa minore, che aggiunge alla sua rappresentazione drammaticità intensa.

L'aria di Pamina "Ach, ich fühl's" è in sol maggiore, riflettendo il suo dolore e desiderio completandone il carattere gentile e puro.

L'aria di Figaro "Non più andrai" è in do maggiore, tonalità spesso associata con la chiarezza e la risoluzione, ma se quest'aria mostra il suo carattere sicuro e giocoso l'aria di Cherubino "Non so più cosa son, cosa faccio" è in mi bemolle maggiore e cattura l'esuberanza giovanile e la confusione del personaggio.

Queste tonalità fisse aiutano a definire lo stato emotivo e la personalità di ogni personaggio. Anche per Leporello Mozart usa tonalità specifiche per caratterizzare il suo ruolo e le situazioni in cui si trova. Ad esempio, l’aria "Madamina, il catalogo è questo" è in tonalità di Fa maggiore, una tonalità luminosa e brillante che enfatizza il carattere ironico e divertente della scena.

Tuttavia Leporello spesso si muove da tonalità brillanti ad armonie più cupe, riflettendo il suo ruolo di intermediario tra comicità e dramma. Questo uso della tonalità aiuta Mozart a mantenere Leporello come un personaggio complesso e dinamico, capace di passare dal divertimento puro al coinvolgimento in situazioni più serie. Basti pensare all'aria "Notte e giorno faticar" con cui proprio il servitore apre l'opera. L'aria inizia in do maggiore per trasmettere uno stato emotivo diretto e relativamente neutrale, adatto ai lamenti di Leporello sulla sua vita monotona. Qui espone con simpatica chiarezza la sua frustrazione per lo stato di servitore un po' invidioso, ma man mano che la vicenda si muove e altri personaggi entrano in scena, la tonalità inizia a cambiare. Quando Don Giovanni e Donna Anna appaiono, la musica modula al sol maggiore che, essendo tonalità strettamente correlata al do maggiore, fornisce una transizione fluida introducendo allo stesso tempo un nuovo stato d'animo più urgente e intenso. Nel trio Mozart si sposta di tonalità minori che riflettono dapprima l'interazione drammatica tra i personaggi, l'angoscia e la rabbia, e poi la tragicità del la minore e del re minore ad esprimere il dolore e la sua determinazione di vendetta.

Leporello è sempre in scena è si adatta commentando in disparte ad ogni situazione. 

Leporello infatti, più di altri personaggi, viene utilizzato molte volte da Mozart come una sorta di contrappunto narrativo e musicale, che amplifica il dramma principale attraverso ripetizioni e incisi. Questa tecnica sottolinea sia la subordinazione del servo rispetto al padrone che la sua funzione di commentatore e mediatore tra il pubblico e la vicenda.

Nel trio "Non sperar se non m'uccidi", poc'anzi citato, Leporello ripete il suo "Sta a veder che il libertino mi farà precipitar" quasi come fosse un mantra, creando un commento ansioso, ma anche irriverente. Questa sovrapposizione genera un effetto teatrale vivace e complesso, mostrando già le dinamiche tra i personaggi.

La scena del cimitero è un altro momento emblematico in cui Leporello funge da contrappunto sia musicale che narrativo. Qui, il suo ruolo di osservatore spaventato si intensifica, contribuendo a creare la tensione tra l'irriverenza di Don Giovanni e l'atmosfera sinistra dell'incontro con la statua del Commendatore. Mozart utilizza Leporello per introdurre un elemento di comicità nervosa che però si trasforma gradualmente in autentico terrore. Quando Don Giovanni legge la scritta sulla statua ("Dell'empio che mi trasse al passo estremo, qui attendo la vendetta"), Leporello reagisce con un misto di incredulità e paura crescente. La sua frase "Ah padron, signor padrone, è una cosa da rider, questa è bella davvero!" sembra voler sdrammatizzare, ma la musica sottostante, con tonalità cupe e gli accordi marcati, svela il suo reale turbamento.

Quando Don Giovanni invita la statua a cena, Leporello esprime esplicitamente il suo terrore con interventi frammentati e ansiosi, come "Non risponde... sta a veder che si può muover!". Questi incisi, sempre più inquieti, contrastano con l'insolente tranquillità del protagonista, accentuando il crescendo drammatico della scena.

La combinazione di comicità e tragicità prefigura il climax della scena finale. 

Mozart e Da Ponte pongono in casa di Don Giovanni un'orchestrina che esegue brevi brani, un momento molto divertente e ricco di riferimenti alla musica popolare dell'epoca. Mozart sfrutta questa scena per inserire brani di grande moda all'epoca e fare riferimento a melodie riconoscibili: "Una cosa rara" di Vicente Martín y Soler, "Fra i due litiganti il terzo gode" di Giuseppe Sarti e infine "Non più andrai farfallone amoroso". Leporello allora commenta "Questa qua la conosco pur troppo", un riferimento ironico alla sua conoscenza del brano: è Mozart stesso che si prende in giro per l'autocitazione e quindi il Nostro prosegue nell'ironia di Leporello che scherza con Don Giovanni e sdrammatizza per aver mangiato di nascosto un pezzo di fagiano. Il tutto proprio cantando sull’aria delle Nozze di Figaro con testo rinnovato naturalmente! 

Il crescendo continua con l'arrivo di Donna Elvira che rende via via la scena più tragica e 

il continuo brontolare di Leporello non solo evidenzia la sua paura ma prelude all'atmosfera funerea, preparando il pubblico al confronto soprannaturale che culminerà con la dannazione di Don Giovanni nell'epilogo con il Convitato di Pietra; qui Leporello entra in risonanza con il re minore "infernale", accompagnando con il suo brontolio spaventato e ripetitivo "Ah padron, siam tutti morti!" l'ineluttabilità della punizione di Don Giovanni. Questa linea, apparentemente umoristica, si collega perfettamente alla sua prima reazione "Sta a veder che il libertino mi farà precipitar" del trio iniziale, creando un arco narrativo che enfatizza la sua condizione di servo terrorizzato e impotente.


Questi interventi musicali di Leporello non solo aggiungono vivacità e realismo alla trama, ma rafforzano l'idea che egli sia il personaggio più umano e consapevole della scena: un testimone che, pur rimanendo secondario, reagisce con ironia e paura al caos morale del padrone. Il tutto giocato sulla voce terrifica del Commendatore che riprende il tema iniziale dell'Ouverture con un altro "arco narrativo".


.... o è l'Ouverture che anticipa il finale mettendo in guardia lo spettatore sul significato morale dell'opera?

Ma questo apre ad un altro capitolo....


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐃𝐨𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐢𝐥 𝐭𝐮 𝐞 𝐢𝐥 𝐯𝐨𝐢 𝘓'𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘷𝘰𝘭𝘨𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘪𝘯 𝘓𝘰𝘳𝘦𝘯𝘻𝘰 𝘋𝘢 𝘗𝘰𝘯𝘵𝘦

 


Nel libretto di Don Giovanni, Da Ponte dosa con gran sapienza la confidenza di Don Giovanni col mondo femminile.

Il modo in cui Don Giovanni si rivolge alle donne varia a seconda della situazione, del personaggio con cui interagisce e dell’intento comunicativo. Questa differenza è significativa per comprendere il carattere seduttore, manipolatore privo di scrupoli del personaggio. 


Tu o Voi?


Don Giovanni utilizza prevalentemente il "voi" quando si rivolge alle donne, riflettendo le norme sociali dell’epoca in cui il pronome di cortesia e rispetto, soprattutto verso le donne, suggeriva una formalità d'obbligo. Tuttavia, in momenti di maggiore intimità o per creare una connessione immediata, Don Giovanni spesso passa al "tu", soprattutto quando cerca di essere seduttivo o di abbattere barriere sociali.

Mantiene sempre il "voi" con Donna Anna, non solo per rispetto verso una donna di rango nobile, ma anche perché il suo tentativo di seduzione non raggiunge mai una fase intima. La relazione è subito ostacolata dall’opposizione di lei e dalla drammaticità della scena iniziale che culmina nel duello e con la morte del Commendatore. 

Con Donna Elvira usa ancora il "voi", ma in modo ambiguo: da un lato mantiene una patina di rispetto, dall’altro punta ad un linguaggio formale per manipolarla e confonderla: quando cerca di placare la sua ira, usa formule come "Voi che sapete il mio passato, pietà vi prenda di me."

Nella scena finale però c'è un improvviso cambio di registro: "Lascia ch’io mangi. E se ti piace, mangia con me!"

Il protagonista pronuncia questa frase in un momento carico di tensione e significato perché comprende che Donna Elvira tenta disperatamente di salvarlo, invitandolo a pentirsi e abbandonare la sua vita dissoluta. Don Giovanni risponde con una sfacciata indifferenza. La frase "Mangia con me!" palesa il suo atteggiamento provocatorio e irriverente. E il cambio di registro non vuole certo comunicare intimità o affetto, anzi é un vero proprio atteggiamento di scherno. Usare il "tu" in questo contesto suggerisce una volontaria mancanza di rispetto verso Elvira, che in quel momento si presenta in una posizione moralmente superiore che Don Giovanni rifiuta categoricamente.

L'invito a "mangiare con lui" è sia letterale che simbolico: Don Giovanni si sta godendo un sontuoso banchetto, simbolo del suo edonismo e del rifiuto di ogni morale. Invitare Donna Elvira a partecipare al banchetto è un gesto beffardo, quasi a volerla coinvolgere nuovamente nella sua perdizione ed è altresì una chiara provocazione, che dimostra come Don Giovanni rifiuti ogni possibilità di redenzione, quasi anticipando l'arrivo del Convitato di Pietra che di lì a poco giungerà. 

In questa scena, Donna Elvira rappresenta l’ultima possibilità di salvezza per Don Giovanni prima che arrivi per lui il Giudizio, ma lui la deride, come quando ascoltava Leporello esporle il "catalogo". La risposta irriverente "mangia con me!" e il rifiuto del pentimento, è dichiarazione definitiva della sua ribellione alle regole morali, conferma del suo carattere impenitente e del suo destino. 

Con Zerlina Don Giovanni alterna "voi" e "tu", sottolineando il tentativo di creare intimità per poi sedurla con spregevole inganno rubandole il giorno più bello della sua vita. 

Inizia dunque con il "voi", con cortesia e galanteria: "Bricconcina, fra voi e mia sorte è già stabilita la pace."

Successivamente con un climax che passa per "vorrei e non vorrei" si giunge al "tu" per insinuare definitivamente una maggiore intimità: "Lascia ch’io solo guidarti voglia." Questo abbatte le resistenze di Zerlina che la conduce quasi a tradire Masetto, atto che però viene percepito dal pubblico più come uno stupro morale da parte di Don Giovanni. 


Leporello si adegua sempre alla situazione e alla posizione sociale delle donne con cui interagisce, quindi non c'è molta astuzia sebbene nel "’catalogo" usi il "voi" con Donna Elvira con tono ironico e volutamente pungente, quasi a schernirla. Per il resto il "voi" è per le nobildonne (Donna Anna e Donna Elvira) per rispetto o strategia, mentre con le donne di rango inferiore (come Zerlina) e in contesti informali preferisce il "tu".


Per concludere... 

Il libretto di Da Ponte rappresenta una perfetta sintesi dell’illuminismo settecentesco, con il suo interesse per la razionalità, l’etica e le dinamiche sociali, ma anticipa anche il Romanticismo, grazie al suo protagonista enigmatico e tragico.

La scelta tra "tu" e "voi" è un elemento fondamentale del libretto per caratterizzare Don Giovanni. La sua abilità di modulare il linguaggio secondo la situazione mostra il suo lato astuto e manipolativo, sottolineando al contempo il contrasto tra la formalità sociale e la sua natura libertina, il cambio e il passaggio tra i due pronomi in definitiva contribuisce a rivelare le intenzioni del personaggio e a creare dinamiche emotive nei dialoghi. Supporta inoltre quel dualismo apollineo-dionisiaco su cui è tessuta la narrazione.


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐦𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐚 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑡𝑜 𝑖𝑙𝑙𝑖𝑟𝑖𝑐𝑜




Il mito della donna murata viva è un tema ricorrente in molte culture indoeuropee. Il sacrificio umano per garantire la stabilità delle costruzioni ha paralleli con le pratiche rituali delle popolazioni illiriche e traco-daciche, che attribuivano grande importanza agli spiriti dei morti nel proteggere edifici e territori. Il tema del sacrificio femminile per la costruzione richiama il culto della Grande Madre, diffuso nell’antichità illirica, dove la donna rappresentava la fertilità e la continuità della vita, anche attraverso la morte.

Spesso è legato alla costruzione di edifici simbolici per la città in cui si trovano ed alla credenza che un sacrificio umano fosse necessario per garantirne la stabilità.

Questo tipo di racconto, noto come "mito della fondazione", si trova nei Balcani, nell’Europa orientale, nel Caucaso e persino in alcune tradizioni dell'Asia centrale.

Fra le leggende più note ricordiamo la Leggenda di Rozafa (Albania), del Monastero di Argeș (Romania), del ponte di Đerdap (Serbia), della Fortezza di Krapina (Croazia), del ponte di Arta (Grecia), ma anche  le leggende caucasiche di alcune chiese (come il monastero di Akhtala in Armenia) o La leggenda del Cremlino di Suzdal (Russia). 


In molte versioni, la leggenda segue una struttura in cui vi sono tre fratelli (o tre costruttori) che iniziano la costruzione di un edificio (castello, fortezza, ponte, monastero); ogni notte, ciò che viene costruito di giorno crolla misteriosamente rendendo vano il lavoro e l'intervento di un vecchio saggio, un indovino o di un oracolo suggerisce la necessità che venga compiuto il sacrificio di una donna legata affettivamente ai costruttori. 


La leggenda di Vilina, ad esempio, è legata alla fondazione delle città di Krapina e Lepoglav, oggi due ridenti cittadine prossime al confine Croato con la Slovenia nord-orientale. Secondo la leggenda, Vilina è una giovane donna che viene sacrificata dai tre fratelli per garantire la solidità di una città in costruzione. Tuttavia, la leggenda contiene un intreccio di eventi che includono non solo il sacrificio della donna, una serie di elementi simbolici legati alla famiglia e alla tradizione, l'evidenza di un conflitto fra il mondo di un Impero Romano d'Oriente sofferente e del nascente dominio Slavo. 


Vilina è murata viva nel tentativo di completare una costruzione, un atto ritenuto necessario per rendere stabile la città che sta sorgendo. La sua morte è destinata a "nutrire" la terra e a garantire la protezione del luogo. La sua morte è simbolica di un legame tra la vita e la morte, il sacrificio per il bene della comunità, che si riflette in numerosi miti indoeuropei. Ma nella leggenda di Vilina c'è chiarissimo il risentimento dei fratelli che in qualche modo puniscono la sorella in quanto amante di un soldato romano da cui aveva avuto un bambino. 

Va a questo punto fatta una breve analisi storica di questo territorio: nel VI secolo, i popoli germanici, come gli Ostrogoti e i Longobardi, invasero la regione. Mentre i Longobardi si stabilirono in Italia alcuni popoli slavi si stabilirono dei Balcani e la loro presenza creò le basi per la formazione di future entità politiche slave che soppiantarono o si fusero con le popolazioni locali illiriche, ma che rifiutarono ogni inferenza dell'Impero Romano d'Oriente che a fatica controllava le aree dell'Illirycum e della diocesi di Dalmazia. 

Vilina quindi è il simbolo di un'onta che macchiava geneticamente la purezza della slavità. Ogni contaminazione andava sradicata e, nella leggenda, in concomitanza con il sacrificio della madre, il figlio neonato di Vilina fu legato alle corna di un bue fatto inferocire e lanciato attraverso la campagna. Il luogo della tragica morte del bambino segna la fondazione della città di Lepoglav il cui nome ci significherebbe la bellezza (ljepo) della testolina del bimbo (glava).

Il luogo in cui Vilina viene murata viva diventa invece il sito in cui sorgono il castello di Krapina e la città di Krapina stessa. La sua morte, legata alla necessità di proteggere la città, è simbolica della figura materna che viene sacrificata per la prosperità del popolo. 


Un altri esempio è la leggenda del Castello-Fortezza di Scutari (attuale Nord Albania). Questa leggenda è legata alla sua costruzione che risale al IV secolo a. C. anche se le mura odierne risalgono per buona parte al medioevo e al periodo veneziano. 

Anche qui la storia narra di tre fratelli impegnati nella costruzione della fortezza, ma il loro lavoro però periodicamente crollava o incontrava degli ostacoli che li facevano ricominciare. Un giorno un vecchio saggio disse ai fratelli che le mura, per essere forti e solide, necessitavano del sacrificio di una delle loro mogli. La scelta doveva avvenire casualmente e così il fatale sortilegio si sarebbe annullato. Colei che l’indomani sarebbe giunta con il pranzo sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre fratelli giurarono di non dire nulla, ma due dei tre fratelli  raccontarono tutto alle rispettive mogli così l’indomani fu la moglie del più giovane e madre di un bambino a dover andare al cantiere. 

Al suo arrivo le venne raccontato quanto il vecchio saggio aveva detto e la giovane accettò con dignità e coraggio di farsi murare viva all’interno della fortezza ponendo una sola condizione: una gamba, un braccio, un occhio ed una mammella dovevano rimanere scoperti per poter vedere, cullare, accarezzare e allattare il proprio figlio.

Il mito della donna sacrificata per varie opportunità è molto comune, tuttavia il sacrificio è spesso voluto dagli dèi o dal destino e non direttamente dai familiari della vittima come nel caso di queste due versioni illiriche. Inoltre qui ricorre il tema dei tre fratelli dove il numero tre è un tratto distintivo delle che rappresenta la divisione tribale e in cui l'atto sacrificale deliberato è spesso legato al mantenimento dell'onore familiare e, nel caso slavo, della purezza etnica.


 

Questa breve dissertazione non è fine a sé stessa, ma mi porta ad una considerazione: è vero che gli Slavi balcanici hanno un certo grado di mescolanza con gli antichi Illiri, ma la continuità storica e linguistica è molto più evidente negli Albanesi anche se la lingua albanese scritta compare solo dal XV secolo perché prima di allora le lingue giuridiche e liturgiche ovvero scritte erano state la koiné ed il latino. Le rivendicazioni slave e in particolare serbe sull’eredità illirica, oltre a essere discutibili dal punto di vista storico, hanno spesso un fine politico e sono giustamente percepite dagli Albanesi come parte di una narrativa nazionalista che ha avuto conseguenze tragiche, specialmente in Kosovo, ma che continuano a provocare inutili irrigidimenti e una scarsa volontà di una corretta revisione storica oggi possibili grazie all'incredibile velocità dei mezzi di ricerca e studio.


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Mi pregio di aver trovato su Wikipedia questo documento (link in calce) che ho tradotto in Italiano. 

Purtroppo la traduzione ha in parte rovinato versificazione... 


La Storia Nascosta della Leggenda della Fortezza di Rozafa


Ho sentito questa storia quando ero giovane a Smirne, in Turchia. In un club dove si riunivano gli albanesi, c'era un vecchio suonatore di lahuta proveniente dal Sangiaccato, e che viveva in Turchia da quasi 30 anni. In Albania aveva un figlio mutilato dalla guerra contro i serbi (gli altri tre erano morti non quella guerra), il figlio aveva a sua volta moglie e tre bambini piccoli. Per salvare la sua famiglia dai massacri serbi, Rashid (il suonatore di lahuta) si trasferì dalla sua terra d'origine, dove la sua famiglia possedeva proprietà fino a Podgorica, e si rifugiò in Turchia. Lì lavorava come venditore di halva. Dopo alcuni anni, il figlio morì, lasciandolo a crescere da solo i tre nipoti orfani.


Nel 1934 incontrai Rashid per la prima volta, mentre suonava la sua lahuta e cantava canzoni su Skanderbeg, Muji e altri eroi. Aveva una voce potente, nonostante fosse vicino agli 80 anni. Quando lo sentii cantare con la lahuta la storia della Fortezza di Rozafa, piansi come mai prima d'allora. Anche tutti gli altri albanesi che ascoltavano piangevano con me. Rashid era il pronipote di un famoso suonatore di lahuta, conosciuto in tutto il Sangiaccato e nel nord dell'Albania. 


Divenimmo amici e, nei mesi in cui rimasi a Smirne, lui mi raccontò molte volte la storia della Fortezza di Rozafa con la sua lahuta. Io trascrissi tutti i versi in un taccuino, ma Rashid mi avvertì che questa storia aveva causato molte sofferenze, poiché alcuni volevano cancellarla e sostituirla con le loro bugie. Quel taccuino, insieme a molti libri preziosi, mi fu confiscato dalla polizia durante un'incursione a casa mia nel 1947. Tuttavia, la canzone aveva più di 500 versi e durava più di un'ora. Nonostante la perdita del mio taccuino, ricordo ancora molti di quei versi, almeno i più importanti, che ora cercherò di riportare mentre racconto la vera storia della Fortezza di Rozafa.


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La Storia


Tre fratelli coraggiosi partirono per un lungo viaggio per adempiere alla volontà del padre: sposare tre sorelle e così assicurare la continuità del loro lignaggio. Le loro mogli dovevano essere legate tra loro sia per sangue paterno che per latte materno, affinché i loro figli fossero uniti come "carne e unghie".


Dopo un lungo cammino, videro un camino che fumava e tre donne che lavoravano il metallo. Si avvicinarono e chiesero ospitalità e acqua, poiché erano stanchi del viaggio.


Queste tre donne erano sorelle, la maggiore si chiamava Fà, la seconda Hàna, e la più giovane Roza. Fà era stata costretta a svolgere lavori pesanti fin da piccola per mantenere le sorelle, poiché erano rimaste orfane.


I tre fratelli spiegarono il desiderio del padre e chiesero la mano delle sorelle. Le tre donne accettarono e si sposarono con loro. Dopo un anno, Roza diede alla luce un bambino, mentre Hàna era incinta e Fà, a causa della sua salute fragile, non aveva figli.


Nel frattempo, i tre fratelli iniziarono la costruzione di un castello su una roccia antica, vicino a tre fiumi che si univano. Tuttavia, ogni notte i muri crollavano, nonostante avessero sacrificato numerosi animali nelle fondamenta.


Disperati, i fratelli si rivolsero a un saggio (oracolo), il quale disse loro che il castello richiedeva un sacrificio umano: una delle loro mogli doveva essere murata viva affinché l’edificio rimanesse in piedi. La scelta sarebbe caduta sulla prima che il giorno seguente fosse venuta a portare loro il pranzo.


I fratelli giurarono di non dire nulla alle loro mogli, ma, secondo una versione della leggenda, i due fratelli maggiori rivelarono il segreto alle loro mogli, mentre solo il più giovane mantenne il silenzio.


Il giorno stabilito, Roza fu la prima a presentarsi con il pranzo, come spesso accadeva, perché Fà era malata e Hàna era incinta. Quando arrivò, i fratelli le rivelarono la terribile verità.


Roza accettò il suo destino senza esitazione, ma chiese un ultimo desiderio: che una parte del suo corpo rimanesse fuori dal muro per poter ancora prendersi cura di suo figlio.


"Lasciate fuori una mano, un occhio, un orecchio, un seno e un piede," disse, "così potrò ancora accarezzare mio figlio, vederlo, sentirlo piangere, allattarlo e cullarlo con il piede."


I fratelli esaudirono la sua richiesta.


Più tardi, quando suo figlio si svegliò e cercò la madre, Fà lo prese in braccio e corse fino al castello. Quando vide Roza murata, cadde in ginocchio in preda alla disperazione. Il bambino, vedendo il latte stillare dal seno della madre murata, si attaccò a essa per succhiare.


Fà urlò con un dolore straziante, tanto forte che scosse le mura del castello.


"Roza, mia cara sorella," gridò, "oggi toccava a me portare il pranzo! Se fossi venuta io, tu ora saresti viva!"


Pianse fino a quando la luna non sorse, poi il suo cuore cedette e morì abbracciata al corpo di Roza.


Si racconta che, dove caddero le lacrime di Fà, la pietra divenne bianca e da essa sgorgò un liquido simile al latte, che ancora oggi si può vedere nelle mura del Castello di Rozafa.


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Questa è la storia tramandata oralmente per secoli, preservata attraverso la voce dei suonatori di lahuta.


https://sq.m.wikipedia.org/wiki/Historia_e_Fshehur_e_Legjendes_se_Kalase_Rozafae

domenica 24 novembre 2024

Ho fatto l'obiettore


𝑐'𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑜𝑐𝑜 𝑑𝑜𝑛 𝑀𝑖𝑙𝑎𝑛𝑖


Il 17 gennaio 1973, già segretario del Movimento Nonviolento, Pietro Pinna, in seguito ad una affissione contro la celebrazione delle Forze armate il 4 novembre - "Non festa ma lutto" -, fu arrestato a Perugia e condannato per direttissima per vilipendio alle Forze armate.

Pinna era stato il primo obiettore di coscienza e i suoi sforzi e quelli di altri "criminali" della nonviolenza apriranno la strada al servizio civile in alternativa alla leva. 

Grazie anche ai contributi di Pinna infatti il 15 dicembre 1972, la legge n. 772 introdusse l’obiezione contro il servizio militare di leva in Italia per motivi morali, religiosi e filosofici e la possibilità di rifiutare il servizio militare sostituendolo con un servizio non armato. 

Gli obiettori testimoniarono non una logica ma diverse ispirazioni che condividevano  infanzia e adolescenze vissute completamente dentro i conflitti. 

Non avevo avuto l’età per partecipare alla Resistenza, al '68, alle Brigate Rosse - ché forse mi avrebbero attratto inizialmente -, non avevo potuto difendere le vittime delle stragi dei neofascisti o difendere Papa Luciani che non ho mai dubitato essere una vittima delle massonerie deviate e del marcio che governava l'Italia che, con le mitre e i pastorali della DC e altri compagni di merende di Giulio (Andreotti ndr), non aveva saputo sbarazzarsi meglio di Aldo Moro. 

Udine, 1978, maggio. 

Avevo, davanti ad una TV in bianco e nero, vivisezionato la violenza, in tutta la sua eloquenza, la mia infanzia era stata vissuta in un quotidiano contatto con la morte sottolineata dalle scosse violente del terremoto del '76. 

Udine, 1976, maggio. 

Scosse come fotogrammi. Fotogrammi e scosse. 

Morte che scendeva dal cielo con le bombe tedesche raccontata dal nonno che mi parlava di maschere antigas, di gavette e corpi tedeschi sepolti nel nostro orto per riempire le voragini scavate dalle bombe, morte inflitta, con disinvolta ferocia, dalle rappresaglie nazifasciste raccontata dallo zio della mamma, Venuto, già protagonista dell'Albania e della Grecia e poi deportato in Germania. Mio nonno era un partigiano vero, io sentendo "Bella Ciao" lo immaginavo sempre "una mattina" col fucile in spalla mentre salutava mia nonna - che conservava la facciata di "giovine fassista" - per andar nel bosco probabilmente anche a "giustiziare". Sì perché in guerra, anche in quella fratricida, la libertà passa per il cranio ed è di piombo, con tutto il suo peso! 

Siamo cresciuti nello strazio del racconto, nel terrore, nelle immagini del fronte, la guerra dentro casa, nella ciotola di pane e latte per il nazista che trascinava la sua cancrena con la gamba. E con il cuore. 

Tutto mi suggeriva che lo Stato era irrimediabilmente minato, dalle atrocità di conflitti vivi e del ricordo della guerra vera, immortale, sedata dal potenziale distruttivo della cortina di ferro che passava per casa mia, la linea Maginot che proseguiva il muro di Berlino fino a Corfú: i campi attorno a Udine fino al confine sloveno erano pieni di bunker e di piattaforme in cemento armato pronte ad ospitare cannoni inutili, piattaforme che interrompevano le linee rette dei trattori e le vie della mia città erano popolate da giovani militari di leva, eroi pronti al sacrificio, diciottenni posizionati già al confine, dilagava l'eroina e la noia, la noia degli anni '80 sulle note di Rock'n'roll robot di Alberto Camerini: "Se il mondo ti confonde, non lo capisci più/Se nulla ti soddisfa, ti annoi sempre più/Scienziati ed ingegneri hanno inventato già/Una generazione di bambole robot..."

Le ragazze venivano approcciate dai giovanotti militari e spesso, colpevoli d'esser fascinate, tornavano a casa col silenzio fra le gambe, e un po' di sangue pudico. E io me la ridevo "le nostre purosangue" coi terroni! Me la ridevo, non dello stupro naturalmente, ma del campanilismo friulano, della razza eletta dalla marilenghe, delle convinzioni autoreferenziali, dei regionalismi, della Cassa del Mezzogiorno... 

Vogliamo fare gli italiani? Sì! Col servizio militare supereremo anche il problema della lingua cosicché Puddu imparerà il friulano e Klaus il sardo! E fu così che niuno ebbe a imparare il congiuntivo, vi furono molti suicidi di giovanotti viziati che mal sopportavano il distacco dalla mamma ed altri che mal sopportavano gli scherzi, abominevoli dei nonni.

Il servizio militare era la ricetta per preparare i giovani al futuro, nel militarismo! 

L’aggressione nazista, la shoah, il lancio della bomba atomica sono stati possibili perché gli automatismi della catena del comando non hanno trovato un inciampo nella coscienza dell’individuo, altro che sapersi fare la branda! E tutto ciò era così in bianco e nero che sembrava lontano lontano, pur essendosi conclusa la guerra solo trent'anni prima. Però in bianco e nero era pure Piazza Fontana e la Strage di Bologna; in verità la TV panna, sopra il frigo in cucina, dava solo immagini in bianco e nero, anche la R4 targata N57686 in via Caetani era in bianco e nero se non l'avessero detto che era rossa. 

Ecco. Rosso. 

Rossa è stata la mia infanzia che vedeva il sangue dei terremotati sul grigiore della polvere, sangue in grumi dipinti da pittori famelici coi cavalletti piantati sulle membra di una Gemona agonizzante. Rosso il sangue delle vittime delle stragi, rosso il suono dei proiettili, la voce desolata di Ruggero Orlando, rosse le Brigate Rosse che causavano un dolore ontologico perché sì, l'avevo percepita nella mia essenza: la morte si cura con il dolore. Non era forse ciò che ci insegnavano? Agnello di Dio, che mentre piangi sull'altare e il tuo sangue dipinge la tovaglia bianca togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi, perché non sanno quello che fanno. E intanto crescere! Imperativo!  

Quindi avevo i miei motivi morali, i miei motivi religiosi e i miei motivi filosofici per non fare il militare, ma soprattutto volevo disobbedire anche se di fatto era una falsa disobbedienza perché potevo farlo per legge. Non fu nemmeno un addio alle armi che avrei imbracciato anche volentieri per il tiro a segno,  fu un modo per sentirmi più libero da uno Stato che produceva omologazione e violenza. 

Ecco che nella mente mia si andava formando quell'anelito anarco-comunista che mi ha consegnato al futuro, specie dopo che la maestra, che odiava i titini in quanto esule fiumana, mi cazziò per aver detto che il messaggio di Cristo era molto simile a quello socialista. E posso risalire al giorno esatto perché ero in 5ª elementare e, dopo averci messi infila indiana per somministrarci la pastiglia di fluoro, ci avevano portato in Chiesa tutti per farci porre la cenere sul capo da Don Ugo, pace all'anima sua. 

"Tu eri cenere e cenere diventerai" e alla radio, tornato a casa, passavano "La canzone del bambino nel vento" cantata da Vandelli, ironia della sorte! 

Ditelo a Vannacci!

sabato 23 novembre 2024

Hanno piantato frumento



Hanno piantato grano e mangiato mais perché il loro unico scopo era costruire una casa grande e accogliente che potesse ospitare tanti nipoti. 

Si accontentavano della polenta mangiando trippe una volta al mese, la poca carne bollita era per i bambini, che dovevano crescere forti e allora, una volta alla settimana si uccideva un coniglio o ancora meglio una gallina, per farne brodo di magro. 

L'unica vacca serviva da riscaldamento per le serate in stalla dove i più vecchi raccontavano storie fumando la pipa, la luce tenue come le carezze sul capo. Cresciuto il vitello, la vacca forniva 10 litri di latte di cui 9 andavano alla latteria sociale per ricavarne un po' di fra burro e formaggio. 

Tirava l'aratro nei campi, portava col carro le pietre dal fiume al cantiere e l'acqua dalla fontana al termine dell'infinita strada affiancata dai gelsi. 

In cortile i bachi da seta macinavano foglie e il loro odore era forte, l'odore della primavera, di giorni più lunghi, di sfalci e covoni, di erbe aromatiche. Era il risveglio giocoso e apollineo della natura mentre mille farfalle, le api e le cavallette popolavano i prati di fiordalisi e rossi papaveri. E veniva lo sfalcio con il rumore ritmico del martello che batteva la lama, poi la cote la faceva cantare a e dal corno di bue appeso alla cintola scendeva qualche goccia di acqua bruna che aveva bevuto la ruggine del freddo inverno. 

Noi bambini si aiutava con piccoli gesti, eravamo presenza sicura, futuro solido, immortale. 

Chi l'avrebbe mai detto? Eppure eccoci qua, a fare grandi progetti artistici con l'intelligenza artificiale e una improbabile allergia al glutine mentre loro piantavano frumento e mangiavano granturco!

lunedì 18 novembre 2024

𝐃𝐚𝐥 𝐥𝐚𝐭𝐢𝐧𝐨𝐫𝐮𝐦 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐟𝐫𝐢𝐮𝐥𝐚𝐧𝐢 𝐚𝐢 𝐁𝐞𝐧𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐀𝐪𝐮𝐢𝐥𝐞𝐢𝐚 𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐑𝐢𝐭𝐨 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐧𝐨, 𝐮𝐜𝐜𝐢𝐬𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 (𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐚𝐯𝐞𝐫 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚)

 


Il latino certo fu la lingua più importante nell'Alto medioevo, soprattutto nell'ambito dell'amministrazione, della Chiesa e della cultura. Sebbene non fosse la lingua parlata quotidianamente dalla maggior parte della popolazione, che usava le lingue volgari locali, il latino era la lingua franca dell'Europa occidentale per la comunicazione scritta, la liturgia, l'educazione e la diplomazia, per le opere letterarie, scientifiche e filosofiche, rendendolo una lingua fondamentale per chiunque fosse coinvolto negli affari religiosi, educativi o politici.

Nell'Alto Medioevo la conoscenza del latino era decisamente limitata rispetto a quanto avvenuto nei secoli successivi! La maggior parte della popolazione parlava lingue locali che si stavano evolvendo dalle forme latine ma si differenziavano notevolmente dal latino giuridico e liturgico. 

L'alfabetizzazione era molto bassa, e la lingua di Virgilio era usata quasi esclusivamente dal clero e dalle élite. Era prevalentemente una lingua scritta, per i documenti ufficiali e per le discussioni teologiche nelle scuole ecclesiastiche. 

Il volgo comunicava con parlate locali come il gallo-romano, il latino rustico e il latino vulgare, la popolazione era analfabeta e non aveva accesso all'istruzione formale dunque possiamo immaginarci pronuncia, vocaboli e sintassi declinati alla regionalità dell'ex Impero romano! Pensiamo ad esempio a cosa poteva essere il friulano antico che pur derivando dal latino volgare retoromanzo (ladino) prese tratti peculiari anche dalle lingue illiriche, celtiche, germaniche e poi da quelle slave. 

A fronte però di una continua proliferazione di forme volgari e dialettali influenzate dal continuo flusso di popoli barbari nel continente europeo, la necessità di salvaguardare la lingua latina si fece impellente per la Chiesa nel preservare i testi sacri e la realizzazione dell'Antifonario gregoriano rispose alla necessità, sentita da Papa Gregorio I (Gregorio Magno), di rivedere e unificare i testi della liturgia che venivano trascritti e diffusi nelle ex province romane compresi quei territori in cui il latino non era parlato affatto. 

I testi liturgici dunque, allontanandosi da Roma, erano spesso soggetti a modifiche che non potevano essere tollerate dal papato, per questo un processo di unificazione iniziò già nel 590 ad opera di Papa Gregorio con un immane lavoro di revisione al fine di garantire l'uniformità delle celebrazioni, processo che non fu rapido affatto a causa della vasta mole di lavoro necessaria per rivedere, copiare e diffondere i testi corretti.

E l'unificazione della liturgia che ricordo era rigorosamente cantata però si completò realmente solo con l'aspetto musicale dopo l'VIII secolo, quando gli antifonari e i graduali iniziarono a includere la notazione neumatica adiastematica, che poi evolse nella notazione quadrata ovvero a dotarsi di uno spartito musicale. 

Questo sviluppo permise una più precisa trasmissione delle melodie gregoriane, contribuendo ulteriormente alla standardizzazione della liturgia che vedeva ora il testo supportato anche dalla notazione musicale. Le preghiere cantate non erano più tramandate oralmente, ma trovavano il loro spazio in una attenta sillabazione o in melismatiche fioriture accuratamente miniate e copiate da migliaia di operosissimi amanuensi che dedicarono per secoli la loro clausura alla causa. 

L'Antifonario gregoriano è stato cruciale per la conservazione e la trasmissione del canto liturgico che diventa elemento centrale del rito romano grazie alla standardizzazione dei testi e delle melodie. Il canto gregoriano ha potuto diffondersi in tutta Europa, mantenendo una coerenza liturgica che ha caratterizzato la Chiesa cattolica per secoli: si pensi che fino al Concilio Vaticano II (1962-1965), la messa cantata fu una pratica molto diffusa e altamente raccomandata dal Vaticano, soprattutto nelle parrocchie e nelle cattedrali. Non era strettamente obbligatoria in ogni celebrazione, ma era fortemente incoraggiata per le messe domenicali e le feste di precetto.

Tuttavia già nel Medioevo vi furono centri politico-religiosi che mostrarono una certa resistenza alle imposizioni da parte di Roma fra cui Aquileia, importante centro religioso e culturale con una propria giurisdizione e una tradizione liturgica unica: il canto aquileiese incorporava influenze locali e mostrava variazioni nel repertorio e nello stile rispetto al canto romano. Purtroppo buona parte del patrimonio musicale aquileiese fu censurato e oggi rimangono poche testimonianze dettagliate di questa tradizione mentre a Milano la tradizione locale fu maggiormente preservata. Anche la liturgia Ambrosiana infatti si sviluppò con caratteristiche proprie ed è ancora oggi il Rito Ambrosiano è noto per la sua ricchezza melodica e la sua struttura distintiva con una certa autonomia melodica e ritmica. Esso, giunto indenne all'invenzione della scrittura musicale, utilizzò una notazione che permetteva la trasmissione anche di informazioni interpretative rispetto a quelle più basiche usate dagli standard romani. 

Il rito aquileiese fu dunque progressivamente messo sotto pressione da Roma per la sua autonomia e per le sue peculiarità. Con Carlo Magno, la Chiesa romana cercò più sistematicamente di unificare i riti liturgici in tutto l'Impero Carolingio, ma è solo nel 1500 che l'ordine di epurazione è categorico. 

Dopo lo sconvolgimento dello Scisma d'Oriente, dello Scisma d'Occidente, della Riforma Protestante e dello Scisma Anglicano, con il Concilio di Trento (1545-1563) e la riforma liturgica post-tridentina, la Chiesa cattolica cercò di rafforzare l'unità liturgica in tutta la cristianità, durante questo periodo, si richiese che tutte le chiese e i territori sotto il controllo del Papa aderissero al rito romano, mettendo sotto pressione i riti locali come quello aquileiese che venne progressivamente censurato ed epurato. 

Vi fu di fatto una progressiva ostracizzazione dalle tradizioni locali che trova nei documenti inquisitori dell'epoca uno spaccato drammatico e dettagliato che va ben oltre la lingua, la musica e la traduzione del testo sacro ma si gioca attorno a migliaia di accuse di eresia e di stregoneria che perseguirono l'ortodossia cattolica con metodi rigorosi, tra cui torture, esecuzioni e confische di beni. La stregoneria e l'eresia furono collegate non solo a movimenti religiosi eterodossi, ma anche a tradizioni popolari, superstiziose e culturali, che la Chiesa cercava di estirpare per consolidare il suo potere.

I documenti dei processi inquisitori di stregoneria nei territori di Udine e Gorizia si trovano principalmente nell'Archivio della Curia Vescovile di Udine, nell'Archivio di Stato di Udine e in alcuni archivi centrali come quello della Sacra Inquisizione. Sono documenti studiati e ripubblicati in numerosi lavori storici e accademici, che forniscono una panoramica delle pratiche inquisitorie e delle accuse di stregoneria in Friuli, terra del Rito Patriarchino!

Storici e archivisti locali nell'ultimo secolo hanno trascritto e commentato i verbali dei processi e le confessioni per renderle accessibili alla comunità accademica e al pubblico, fra questi studiosi non posso non citare don Gilberto Pressacco, mio insegnante presso il Conservatorio di musica, che ancora oggi a 23 anni dalla sua dipartita mi "sobilla" a scavare nei tumori di ciò che si è fatto, anche cantando, in nome di Dio! 

Nel Friuli, come in molte altre regioni italiane, l'Inquisizione ebbe un ruolo fondamentale nel monitoraggio e nella repressione delle eresie e delle pratiche di stregoneria. I documenti dell'Inquisizione che si riferiscono a questi temi rivelano dettagli sulle credenze e sulle pratiche religiose del tempo, nonché le dinamiche sociali ed ecclesiastiche della regione.

Nel periodo della Riforma protestante, il Friuli non fu immune dalla diffusione delle idee luterane e delle dottrine riformiste e diverse comunità della regione furono influenzate dal protestantesimo. L'Inquisizione attuò una serie di processi contro gli eretici accusati di adottare dottrine protestanti come la negazione dell'autorità papale, la critica alla Messa e la salvezza per fede. Coloro che abbracciavano il protestantesimo venivano accusati di eresia e venivano processati con pene che andavano dalla confisca dei beni alla condanna al rogo. 

In Friuli, come nel resto d'Italia, persistevano residui di eresie medievali come quelle dei catari e valdesi con dottrine considerate eretiche dalla Chiesa cattolica (come il dualismo, la negazione del purgatorio e la disapprovazione del clero), furono severamente perseguitate. 

Documenti inquisitori rivelano che le comunità di "heretici" furono monitorate attentamente, e molti processi si concentrarono sulla demonizzazione delle pratiche religiose non convenzionali e sull'isolamento sociale degli eretici, ma tali documenti forniscono anche uno spaccato drammatico e dettagliato della la retorica utilizzata dalla Chiesa per giustificare le persecuzioni con la sistematica demonizzazione, ad esempio, delle donne accusate di stregoneria solo perché marginalizzate o indipendenti o di individui considerati stregoni per aver praticato rituali sincretici, pratiche curative etc. 

I Benandanti ad esempio erano gruppi di persone che, secondo le testimonianze storiche, praticavano rituali di tipo sciamanico legati alla fertilità e alla protezione dei raccolti. Il Benandante nasceva avvolto nella propria placenta, per questo si diceva "nato con la camicia" ed investito di questa aura magica. Questo segno fatale lo rendeva capace di uscire dal corpo durante il sonno per andare a combattere contro i demoni volando in processioni e proteggere i raccolti. Il loro ruolo era quello di custodi del bene, in contrasto con le forze maligne.

Attivi soprattutto nell'area del Cividalese, venivano accusati per questo di compiere riti magici contrari alla morale e alla dottrina. Sebbene non professassero un vero e proprio culto eretico contro la fede cristiana, il loro comportamento (dormire!) era considerato una minaccia per l'ortodossia. Non furono formalmente accusati di eresia in senso stretto ma di blasfemia e durante i processi inquisitori in Friuli, alcuni Benandanti vennero interrogati e processati, furono loro estorte confessioni con la tortura e dunque furono giustiziati.

Tornando infine in chiesa nel 1751 sentiamo l'ultimo canto aquileiense perché Papa Benedetto XIV ordinò nello stesso anno la soppressione definitiva del rito aquileiense, vietando la sua celebrazione in favore del rito romano. Questo segnò la fine ufficiale del rito friulano come pratica liturgica indipendente all'interno della Chiesa cattolica.


ITE MISSA EST

domenica 17 novembre 2024

𝗜𝗽𝗼𝘁𝗮𝘀𝘀𝗶 𝗮 𝘇𝗶𝗴 𝘇𝗮𝗴 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗺𝘂𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮

 

𝑜 𝑚𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑎𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎




Musicologia è un termine recente, ha poco più d'un secolo e, come tante altre scienze, è forgiata sull'antico modello di filologia. 

Chiunque abbia voluto inventare questo accostamento di "amore" e "discorso" probabilmente pose l'accento sul primo dei due elementi che lo compongono: l’amore è qui declinato nelle varie sfumature della bellezza a volte pura a volte più carnale del discorso, di un logos che è verbo ed è retorica, sofismo e a volte semplicemente un guardo che si posa sul seno della violinista che fa... un assurdo portamento in un Bach poco criticabile perché "in stile" nonostante la mancanza delle "messe di voce", un vibrato che non è un sex toy, abbellimenti gentili che manifestano una conoscenza della prassi esecutiva del barocco seicentesco senza però una ossessione poco filo e molto logica. Il tutto su corde d'acciaio e un violino ancora aspro di liuteria moderna. Sì perché quando il discorso musicologico-filologico si fa opprimente allora soffoca come un paio di mutande troppo strette! Tante parole e poco amore, tante parole e poca musica. Ecco perché in questo mio post parlo di quella musicologia che si richiude a riccio sul discorso filologico dell'interpretazione della musica prima dell'avvento della registrazione, non del musicologo che ci racconta delle magie di Cage o di Zappa (che poi questo non sia un venditore di aria fritta non lo posso  assicurare!) Parlo della vecchia step-aunt ad ogni modo...

Purtroppo con la componente del logos Sora Musicologia ha sepolto l'amore spesso con verbosità ineleganti almeno quanto le mutande strette di cui sopra che in nome di una irraggiungibile obiettività ha portato ad un sentimento di rotazione e distacco delle gonadi maschili (scrotociclosi) o ad altri atteggiamenti malati verso l'oggetto prescelto: "aaaargh io amo quella registrazione perché è filologica, mi fa godere, ah veeengo…" Censura! 

Così se in Madama Filologia si può intravedere la costellazione di Iustitia, la Dea scacciata dalla terra per rimanere un Bene cui ambire ma quasi inarrivabile ai più, in Sora Musicologia spesso non vi è che una zitella arcigna (con pensieri da puttana d'alto rango) e senza speranza finché non scoprirà che la musica non sta nei libri impolverati e che per quanto cercherà non potrà mai e poi mai sapere come suonasse Giovanni Sebastiano, suo figlio Emmanuele o Anna Maddalena che mi ricorda sempre tanto la zia di mia madre (per via del nome un po' desueto).

Finché ella non vorrà smettere le sue sottane di lana cotta, i pesanti occhialoni, il gergo tecnico studiato lì a Cremona su carta pecora, il tono burocratico e non saprà assumere un contegno più gentile ed umanistico (come si converrebbe ad una "topa" non solo di biblioteca), la musicologia sarà un ostacolo alla musica alla faccia dell'amore di cui sopra quello del filos e quello del filù filù filù filà.


Occorre però renderle giustizia alla madonna, a madonna Musicologia intendo che poi nuda è una milfona bbona bbona, e riconoscere che le lenti d’ingrandimento, i metodi analitici e magari le statistiche, sono oggi strumenti indispensabili nel suo lavoro, le si chiede solo di essere più sexy, niente più, e di non scrivere decreti perché l'amore della verità deve lasciare aperti gli spiragli, per il ricambio d'aria, s'intende. Le si chiede di evitare l'euforia di generalizzazioni e sistematiche razionalizzazioni spesso istituite sulla base di sparse prove documentarie. Perché purtroppo la registrazione ce l'abbiamo da Toscanini in poi... prima non c'era... Porca zozza!

Musicologia e musicologi ma soprattutto quei poveri musicisti (perché ogni tanto bisogna ricordarsi che la musica non la fanno solo i musicologi... e qui inserirei una faccina che ride)  risentono ancora di certi dictat dei legami a doppio filo al documento, alla fonte manoscritta (eccheccazzo che fatica... datemi un'urtext!) o all’antica stampa musicale a volte piena d'errori evidenti. Errori di stampa che non possono e non devono diventare suono solo perché una zittella arcigna grida istericamente "sta scritto!" anche perché se non sono errori di stampa potrebbero semplicemente essere refusi e chi non ne fa... o macchie di sugo!

Tu zittella arcigna adesso rilassati un po' e ascoltati Glenn Gould che suona Bach e non dirmi nulla, vedrai ti piacerà. E mentre scivoli il divano io cambierò disco e ti farò ascoltare un po' di jazz e poi un po' di rock e sarai presto nuda, perché ogni tanto bisogna prendersi una...  pausa breve. Anzi una pausa di "longa" che per quanto desueta ce la ricordiamo ancora noi parrucconi impomatati nati in un'epoca sbagliata!


Sì perché.. Confesso: mi pento e mi dolgo ma anche a me piacciono le esecuzioni che curano la ricerca filologica di una seppur improbabile verità e stimo i musicisti che i problemi se li pongono e fanno delle scelte giocando anche in un campo espressivo limitato (e per qualche detrattore "limitante"!)

Apprezzo al contempo alcuni interpreti che possono suonare un Bach o un Mozart psichedelici senza nemmeno considerare il discorso filologico così come Gioconda nell’Autoritratto del 1954 di Dalì. Ma questa è un'altra storia.


Se vidimo... vidimo se!

τραγῳδία

 


τραγῳδία


Non c'è autore o interprete 

in questo monodramma. 

C'è uno spettatore autistico 

e una quinta, 

il coro è del rumore

rosa di una radio difettosa

che trasmette il nulla

dall'AM. 


Non vuoi violare il sogno

dell'opera totale

e precipiti i silenzi 

nelle tue paure plesiomorfe

come il blu profondo

dell'abisso e il rumore

degli scafi. 


Eppure al termine l'applauso

travolge come un'onda in superficie

e la risata esplode per curare

il male tuo ontologico

che piange e scorre 

come sangue sull'altare

e inizia il ditirambo


nell'uscita - sul foyer. 


                     Per sonum, 2024


Non amo spiegare ciò che scrivo non perché mi piaccia fare mistero di ciò che ho dentro (altrimenti potrei fare a meno di scrivere e di scrivere in questa sede!), ma credo che in questo caso sia doveroso dato il tema che mi ha ispirato che è quello dell'autismo.


In quanto docente nella scuola secondaria da una decina d'anni mi sono trovato a lavorare prima in modo diretto con ragazzini autistici in quanto ho operato come insegnante di sostegno e oggi continuo ad avere allievi che soffrono di questa sindrome con un livello diversificato ovvero con diverse collocazioni nello spettro autistico. 

L'autismo non è molto conosciuto perché se ne parla molto poco (e male), se dovessi provare a dare una descrizione stringatissima a questo problema direi che è una difficoltà più o meno grave ad entrare in una relazione sintonica con il mondo interpersonale, a decifrarne i messaggi più semplici, a capirne la mimica, le intenzioni, le modulazioni attraverso tutte le attività percettive in termini di intensità, durata e, volendo usare un termine prettamente musicale, timbro. Uso il termine timbro in quanto nel linguaggio musicale, seppur ricco di termini tecnici, per descriverne le caratteristiche siamo costretti ad attingere ad una aggettivazione afferente a descrittori transmodali (tatto, vista, gusto etc) che ci offrono un modo alternativo e più flessibile per esprimerci sulla qualità del suono: un suono dolce, aspro, morbido, scuro, freddo etc. 

La descrizione dell'autismo richiederebbe l'uso di un linguaggio ricco e evocativo, che attinga a diverse sfere sensoriali e cognitive con scale ben diverse di quelle che utilizziamo normalmente nel linguaggio clinico. 

In passato molti ragazzini con autismo (fino agli anni 70 circa) erano "trattati" come schizofrenici e sebbene esistano delle somiglianze apparenti tra autismo e schizofrenia in alcune manifestazioni, si tratta di due disturbi distinti con caratteristiche cliniche completamente diverse! E soprattutto con trattamenti diversi... 

Nell'autismo difficoltà e alterazioni neurofunzionali sono dimostrabili già in un’età precocissima e fortunatamente da una quarantina d'anni la nozione di "schizofrenia infantile" è stata abbandonata a proposito dell'autismo  passando prima per la definizione di "disturbi generalizzati dello sviluppo" per giungere a quella di "disturbi dello spettro autistico". 


Pare che nella quasi totalità dei casi l'autismo, una volta che il quadro si è consolidato, è una long life condition, vale a dire non diventa qualcosa d'altro con la crescita, ma rimane tale: autismo nell'età adulta. I bambini autistici diventano adulti con autismo. Questa è una realtà con cui i sistemi sanitari ed assistenziali non hanno ancora cominciato bene a fare i conti.


La scuola italiana invece ha fatto grandi passi avanti nell'inclusione dei bambini-ragazzi con autismo promuovendo percorsi educativi individualizzati e strategie per gestire le sfide sensoriali e sociali.

Io trovo e ho più volte verificato che un aspetto cruciale nel momento giusto sia aiutare il ragazzo con autismo a comprendere il proprio modo di percepire il mondo, consentendogli di sviluppare strategie per gestire le sensazioni intense ovvero focalizzare quali elementi creano disagio per poterli isolare dal contesto e affrontare il problema in modo analitico: il fastidio è la polvere del gesso della lavagna? È l'odore del pennarello? È il riflesso degli specchietti delle macchine che passano in strada? 

Isolando il disturbo il ragazzo comprende quale è il fattore scatenante di talune reazioni e comprende quali sono gli elementi da isolare ovvero comprende che non è la scuola il problema, ma la gestione dei singoli fastidi. Dopodiché possiamo parlare dell'immersione in un contesto sociale eterogeneo che favorisce lo sviluppo di competenze sociali e la riduzione dell'isolamento. È inoltre fondamentale adottare un approccio educativo personalizzato, che tenga conto delle singole differenze e delle potenzialità di ogni ragazzo che specialmente in ragazzi con un profilo ad alto funzionamento possono fare la differenza in modo significativo. 

Infine è fondamentale la collaborazione tra scuola e famiglia che è il ponte di comunicazione fra due mondi così diversi con diverse gestioni dei rapporti interpersonali, delle emozioni, dei meri aspetti sensoriali. 


Poi verrà il foyer... e gli egoismi degli adulti che si accalcano al bar o in file per i bagni... non vedranno più il bambino autistico, ma un uomo. 

È lì che noi tutti dobbiamo fare la differenza, una maggiore consapevolezza può contribuire a ridurre i pregiudizi e a favorire l'inclusione anche quando non ci sarà più la mamma, l'insegnante di sostegno e il nostro ragazzo sarà immerso nel ditirambo della vita. Perché lui/lei è uno di noi.

La metanarrativa


Diceva Carlo Levi, di La vita e le opinioni di Tristram Shandy di Laurence Sterne: "Tristram Shandy non vuole nascere, perché non vuol morire.

Tutti i mezzi, tutte le le armi sono buone per salvarsi dalla morte e dal tempo. Se la linea retta è la più breve tra due punti fatali e inevitabili, le digressioni la allungheranno: e se queste digressioni diventeranno più complesse, aggrovigliate, tortuose, così rapide da far perdere le proprie tracce, chissà che la morte non ci trovi più, che il tempo si smarrisca, e che possiamo restare celati nei mutevoli nascondigli"


E così scegliamo percorsi per raccontarci, chi con la scrittura, chi con la musica, chi con uno sguardo chi con pantomime interminabili, per evitare la morte più a lungo possibile. E c'è chi legge soltanto. 

Io amo la metanarrativa mentre mi racconto e quando la leggo. 

La metanarrativa è coinvolgere il lettore nell'atto della scrittura portandolo vicino alla consapevolezza dello scrivente anche dopo che si è esaurita la carica semantica del Participio (presente) dello Scrivere nella sua sostantivizzazione. E la metanarrativa sta nella prosa come nella poesia, quindi nella pittura o in un film. 

Cosicché colui che legge si può sentire trasportato nel superamento dei confini della narrazione che di per sé è bugiarda in quanto evocatrice di un proprio esperito (proprio del lettore!). Ecco che il narrato diventa più coinvolgente, proprio perché sarà con un altra anima che colui che legge affronterà l'esperienza emotiva nella costruzione di un significato nuovo, slegato dal vissuto e così, di soverchio, strettamente partecipato ad una costruzione semantica personale che sgorga dall'autografo di ciò che leggiamo. 

Sarà come ascoltare Mozart dalle sue mani su un fortepiano, sentire il Cantico delle Creature dalle labbra di Francesco o ancora superare la mancanza di fede toccando il costato di un Cristo risorto. Oppure essere il boia che non prova dolore. Mai. Ma lo sente il rumore delle teste che rotolano fra schizzi di sangue su quelle madide tavole? 

La metanarrativa ci porta a riflettere ancora sulla natura stessa di questo racconto che commenta i propri meccanismi, la propria costruzione e il suo stesso status di parola, una narrazione che è una matrioska che si specchia nella propria percezione della realtà, fatta di specchi plurimi, di infinita introspezione, di dubbi che attanagliano o nutrono speranze, di consolazioni, di romanzi che parlano di sé stessi, di film che commentano il cinema, di sogni che si schiudono in altri sogni. 

La metanarrativa è consapevole di essere una costruzione artificiale, un racconto, ma ne parla apertamente seguendo il proprio ritmo, a volte dritto come una freccia scoccata verso il Vero, altre volte più giocosamente ritorto in digressioni giocate nei cambi di luce, passando per vari episodi, romanzi dentro a romanzi, per completare al meglio la poesia che non avrebbe senso se non cullasse il nostro patimento.

Così questo modo di scrivere in alternanza, andando oltre un modello, ma accettandone mille e poi negandoli tutti, spesso sovverte le aspettative giocando con i cliché e le convenzioni, ripudiando i propri strumenti narrativi, la trama e le sue deviazioni, i personaggi così mutabili come maschere della Commedia dell'Arte e li mette in discussione. Così il lettore diventa il personaggio, la lettura diventa la trama che a volte si perde quasi affogata nelle ipotassi altre volte si ferma. Stop! Resto. Faccio una pausa. Respiro. Il silenzio mi fischia dentro le orecchie. E poi si rituffa in un'acqua verde, curiosa delle profondità di mille altre avventure sospese fra la realtà e la sua discussione, e ti chiedi perché. 

Ti ho dato del tu. Svegliati. Ti chiedi se ciò che leggiamo sia vero o solo una costruzione della nostra mente oltre la narrazione. Apri la porta! 


M'illumino d'immenso diventa lo stupore di un bambino che aprendo quella tua stessa porta si lascia allagare dall'aurora che sorge il deserto dietro Alessandria, il latrato dei cani è un presagio di guerre e di morte, ma è il profumo del pane appena sfornato che restituisce la forza prima che la notte gelida lasci il passo alle aridità del giorno e del Novecento dove ci aspettano annegati i ricordi e congestionati silenzi. Così in una breve poesia o in un interminabile film noi viviamo ciò che altri hanno vissuto oltre la narrazione e oltre il delicato equilibrio che sta fra il nostro esperito ed il nostro esperibile. 

Tutto sta nel sapersi fidare.


martedì 23 aprile 2024

𝙇𝙤𝙣𝙚𝙡𝙞𝙣𝙚𝙨𝙨


La bellezza della solitudine non è per tutti,
essa si cela nella penombra estiva
quando ti rifugi nel canto degli uccelli,
nel frusciare afoso delle frasche
per non sentire il male della vita
che strappa il consumarsi dei rapporti,
violenti ed insistenti come l'abitudine ad un medicinale
che zittisce il dolore di dividere sempre,
per consuetudine.
Ho sempre pensato che l'inglese fosse facile
eppure loro lo declinano questo mio sentire
con solitude e loneliness e, va a capire tu,
dov'è il confine, fra il piacere ed il dolore, dentro,
perché talvolta pure l'ostracismo
genera una conoscenza nuova con sé stessi
ed è forse proprio in quei momenti
che la poetessa scrive del calore
mentre fuori nevica la lontananza.
E noi, che siamo fra le righe,
ci alziamo il bavero
come per ripararci
da chi ci sta alle spalle.
Per sonum, 2024
për miqtë shqiptarë...
𝐵𝑢𝑘𝑢𝑟𝑖𝑎 𝑒 𝑣𝑒𝑡𝑚𝑖𝑠𝑒̈ 𝑛𝑢𝑘 𝑒̈𝑠ℎ𝑡𝑒̈ 𝑝𝑒̈𝑟 𝑡𝑒̈ 𝑔𝑗𝑖𝑡ℎ𝑒̈,
𝑓𝑠ℎ𝑖ℎ𝑒𝑡 𝑛𝑒̈ 𝑚𝑢𝑧𝑔𝑢𝑛 𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑒̈𝑠
𝑘𝑢𝑟 𝑠𝑡𝑟𝑒ℎ𝑜ℎ𝑒𝑠ℎ 𝑛𝑒̈ 𝑘𝑒̈𝑛𝑔𝑒̈𝑛 𝑒 𝑧𝑜𝑔𝑗𝑣𝑒,
𝑛𝑒̈ 𝑠ℎ𝑢𝑠ℎ𝑢𝑟𝑖𝑚𝑒̈𝑛 𝑒 𝑧𝑗𝑎𝑟𝑟𝑡𝑒̈ 𝑡𝑒̈ 𝑑𝑒𝑔𝑒̈𝑣𝑒
𝑝𝑒̈𝑟 𝑡𝑒̈ 𝑚𝑜𝑠 𝑛𝑑𝑗𝑒𝑟𝑒̈ 𝑑ℎ𝑖𝑚𝑏𝑗𝑒𝑛 𝑒 𝑗𝑒𝑡𝑒̈𝑠
𝑞𝑒̈ 𝑐𝑜𝑝𝑒̈𝑡𝑜𝑛 𝑘𝑜𝑛𝑠𝑢𝑚𝑖𝑚𝑖𝑛 𝑒 𝑚𝑎𝑟𝑟𝑒̈𝑑ℎ𝑒̈𝑛𝑖𝑒𝑣𝑒,
𝑒 𝑑ℎ𝑢𝑛𝑠ℎ𝑚𝑒 𝑑ℎ𝑒 𝑘𝑒̈𝑚𝑏𝑒̈𝑛𝑔𝑢𝑙𝑠𝑒 𝑠𝑖 𝑧𝑎𝑘𝑜𝑛𝑖 𝑖 𝑛𝑗𝑒̈ 𝑖𝑙𝑎𝑐̧𝑖
𝑞𝑒̈ ℎ𝑒𝑠ℎ𝑡 𝑑ℎ𝑖𝑚𝑏𝑗𝑒𝑛 𝑒 𝑛𝑑𝑎𝑟𝑗𝑒𝑠 𝑔𝑗𝑖𝑡ℎ𝑚𝑜𝑛𝑒̈,
𝑠𝑖𝑝𝑎𝑠 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑡𝑒̈𝑠.
𝐺𝑗𝑖𝑡ℎ𝑚𝑜𝑛𝑒̈ 𝑘𝑎𝑚 𝑚𝑒𝑛𝑑𝑢𝑎𝑟 𝑠𝑒 𝑎𝑛𝑔𝑙𝑖𝑠ℎ𝑡𝑗𝑎 𝑒̈𝑠ℎ𝑡𝑒̈ 𝑒 𝑙𝑒ℎ𝑡𝑒̈
𝑚𝑒𝑔𝑗𝑖𝑡ℎ𝑎𝑡𝑒̈ 𝑎𝑡𝑎 𝑒 𝑝𝑒̈𝑟𝑘𝑡ℎ𝑒𝑗𝑛𝑒̈ 𝑘𝑒̈𝑡𝑒̈ 𝑛𝑑𝑗𝑒𝑛𝑗𝑒̈ 𝑡𝑖𝑚𝑒𝑛
𝑚𝑒 "𝑠𝑜𝑙𝑖𝑡𝑢𝑑𝑒" 𝑑ℎ𝑒 "𝑙𝑜𝑛𝑒𝑙𝑖𝑛𝑒𝑠𝑠" 𝑑ℎ𝑒 𝑎𝑡𝑒̈ℎ𝑒𝑟𝑒̈ 𝑠𝑖 𝑡'𝑎 𝑘𝑢𝑝𝑡𝑜𝑠ℎ
𝑘𝑢 𝑒̈𝑠ℎ𝑡𝑒̈ 𝑘𝑢𝑓𝑖𝑟𝑖, 𝑚𝑒𝑠 𝑘𝑒̈𝑛𝑎𝑞𝑒̈𝑠𝑖𝑠𝑒̈ 𝑑ℎ𝑒 𝑑ℎ𝑖𝑚𝑏𝑗𝑒𝑠, 𝑏𝑟𝑒𝑛𝑑𝑎?
𝑆𝑒𝑝𝑠𝑒 𝑛𝑑𝑜𝑛𝑗𝑒̈ℎ𝑒𝑟𝑒̈ 𝑒𝑑ℎ𝑒 𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎𝑐𝑖𝑠𝑚𝑖
𝑔𝑗𝑒𝑛𝑒𝑟𝑜𝑛 𝑛𝑗𝑒̈ 𝑘𝑢𝑝𝑡𝑖𝑚 𝑡𝑒̈ 𝑟𝑖 𝑝𝑒̈𝑟 𝑣𝑒𝑡𝑒̈𝑣𝑒𝑡𝑒𝑛
𝑑ℎ𝑒 𝑛𝑑𝑜𝑠ℎ𝑡𝑎 𝑒̈𝑠ℎ𝑡𝑒̈ 𝑝𝑖𝑘𝑒̈𝑟𝑖𝑠ℎ𝑡 𝑛𝑒̈ 𝑎𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒
𝑞𝑒̈ 𝑝𝑜𝑒𝑡𝑗𝑎 𝑠ℎ𝑘𝑟𝑢𝑎𝑛 𝑝𝑒̈𝑟 𝑛𝑥𝑒ℎ𝑡𝑒̈𝑠𝑖𝑛𝑒̈
𝑛𝑑𝑒̈𝑟𝑠𝑎 𝑙𝑎𝑟𝑔𝑒̈𝑠𝑖𝑎, 𝑗𝑎𝑠ℎ𝑡𝑒̈, 𝑏𝑖𝑒𝑛 𝑠𝑖 𝑏𝑜𝑟𝑒̈.
𝐷ℎ𝑒 𝑛𝑒, 𝑞𝑒̈ 𝑗𝑒𝑚𝑖 𝑚𝑖𝑑𝑖𝑠 𝑟𝑟𝑒𝑠ℎ𝑡𝑎𝑣𝑒,
𝑒 𝑛𝑔𝑟𝑒𝑗𝑚𝑒̈ 𝑗𝑎𝑘𝑒̈𝑛 𝑒 𝑝𝑎𝑙𝑙𝑡𝑜𝑠
𝑠𝑖𝑘𝑢𝑟 𝑡𝑒̈ 𝑠𝑡𝑟𝑒ℎ𝑜ℎ𝑒𝑠ℎ𝑖𝑚
𝑛𝑔𝑎 𝑎𝑡𝑎 𝑚𝑏𝑎𝑠 𝑛𝑒𝑠ℎ.
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domenica 18 febbraio 2024

𝗜𝗻𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼




Guardo del corbezzolo in fiore
le campanule grigie rivolte al cielo
speranzose d'un alito mite
per ambire a nuove feconde stagioni, 

ma è in questa supplica lieve che sento
scricchiolare le ossa ed il ghiaccio
mentre del pettirosso il richiamo
inonda la terra indurita. 

Le zolle son membra contorte di estati scannate, 
dissanguate carcasse che espiano la colpa
di avere vissuto senza guardare mai indietro, 
mai così indietro da percepire il senso del tempo

e mi accorgo di aver superato il mio equinozio
e che, ritrovando il Cacciatore fra milioni di stelle, 
tutto mi appare più chiaro 
come quando scostando i capelli più radi 
appoggi sul naso gli occhiali per risolvere un rebus. 

Eppure il vociare dei piccoli, 
gli improperi per la catena caduta, 
le dita sporche d'inchiostro sotto i guantini felpati, 
riportano al cadenzare ostinato dei giorni futuri

e schiocchi i tuoi baci sulle gote rosate, 
assapori la pelle gelata, 
scosti ciocche dorate
scoprendoti ancora una volta bambino
seppure non trovi, in fondo alle tasche, 
altri semi d'acacia.

                              Per Sonum, 2024


giovedì 28 dicembre 2023

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗨𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗲𝗿𝗮 𝗕𝗼𝗿𝗴𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗭𝗶𝗰𝗼, 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝗮 𝗴𝗮𝘇𝘇𝗮 𝗹𝗮𝗱𝗿𝗮, 𝗺𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗺𝗽𝗮𝗴𝗻𝗮𝘃𝗮 𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮.

 

Ai miei tempi (quelli erano miei miei!), quand'ero bambino, le aiuole di via Leopardi erano piene di siringhette che se facevi una passeggiata col cane ti portavi a casa l'HIV, l'epatite per dummies (a,b,c) e un po' di condom usati. Io abitavo in via del Bon e la stradina pedonale che divideva la materna Pick dall'area verde Salgari versava nelle medesime condizioni, ma lì come in buona parte del resto della città non vi erano molti profilattici perché i militari di leva nell'82 praticavano il coito interrotto e con 50 mila lire ti facevi pere per 15 giorni... In effetti i goldoni non li hanno mai regalati! Nemmeno quando morirono Rock Hudson e Freddy Mercury! 

Poi l'eroina hanno imparato a spararsela in casa o sono passati ad altro superando il buco e quindi tutta la circonvallazione. Tutta la circonvallazione diventò mercato del pesce con prostitute e prostituti di ogni ordine e grado. Udine era proprio invasa tanto che la Flavia era già considerata un pezzo da museo nonostante portasse avanti le sue battaglie di signora a ore manifestando davanti al Tribunale vecchio per la causa delle sue colleghe in gattabuia. All'epoca Flavia viveva di fronte al "Gas", oggi teatro, occupando abusivamente un monolocale disabitato (o meglio abitato da lei), e faceva la doccia usando l'acqua piovana che usciva da una grondaia rotta del Collegio Renati. Era molto triste ma così poetica l'acqua piovana di dicembre sul corpo ignudo della donna più famosa di Udine.. una donna andreottiana per via della scatola nera che si portava con dati di destra e di manca, di politici e dottori, di preti e professori. Quindi andreottiana, ma col vizio alla Cossiga di dire "se parlassi io.." e mai parlò. 

In vicolo Porta ai miei tempi c'era l'Asilo notturno (lo so bene perché le sue mura confinavano con l'esedra del Conservatorio di musica divisa a metà col Tribunale). L'Asilo ospitava un sacco di diseredati la notte. Dormivano ammassati su materassi pieni di cimici (non quelle della soja..), vetri e cucciolate di pantegana, anch'esse diseredate. Così il Comune si prendeva cura di loro, dei barboni e delle pantegane, un po' come ha fatto l'ex sindaco Fontanini con le panchine col bracciolo che però erano anti-spaccio: il bracciolo non fa dormire il clochard ma sotto sotto blocca lo spaccio. Capito? Poi l'Asilo notturno l'hanno chiuso aprendo dei begli alberghetti dedicati e demandando alla Caritas la gestione di chi poteva dormirci con tanto di schedatura stile Himmler. La doccia calda a chi non riusciva ad entrare negli hotel convenzionati la pagava l'arcivescovo Battisti, perché c''era un'altra convenzione, credo, con uno di quei centri estetici che stavano nel sottopassaggio della Stazione. Quel sottopasso che "la mamma ti tirava per il braccio" ma che aveva un negozio di VHS porno, avevo l'occhio aguzzo io, spermatico. Ma a proposito... oggi ci lamentiamo di Borgo Stazione dimentichi di villaggio San Domenico e di Via Riccardo che erano zone di guerra dove bande di ragazzetti si spaccavano bottiglie in testa al l'urlo "spacco butiglia ammazzo famiglia" preso in prestito dai sinti (tanto odiati da copiarne parte della parlata: che caligo il bardigoio dell'argiala!) 

Insomma...  Era una cittadina modello.. Udine. 

Poi vennero gli anni novanta e anche Italia Network se ne andò via, se ne andarono i militari di leva, arrivarono gli albanesi che ora sono quasi tutti appesi sulle pareti delle nostre case a fare cappotti e arrivarono i neri che fecero fallire il triangolo della sedia assieme ai cinesi (in verità l'idea della cjadrea gigante la ebbe un nero che viveva in roulotte fuori dalle fornaci di Manzano). Se ne andò anche la sedia gigante, fu rimossa da Piazza San Giacomo, era il simulacro di un fallimento, il Vitello d'oro dei furlàns! Sparirono le prostitute a seguito di un attentato doloroso - e mai chiarito fino in fondo - che aprì viale Ungheria come una scatoletta di tonno... 

Brutta pagina di una storia idillica!

Poi? Caserme vuote. Silenzio. Pace. Badanti dell'Est. 

Tutti su Internet. 

Intanto è arrivato il Pakistano che ha sostituito il kosovaro e hanno addirittura aperto le moschee. Siamo alla frutta. 

Come si stava meglio quando si stava peggio... o il contrario? Comunque c'è chi gira con la pistola per difendersi, abbiamo gli sceriffi privati e il Ponte di Messina (quasi). Poi non lamentatevi se non arrivano più in barca eh? Da Messina a Udine è un attimo!


Io amo Udine e mi sento uno di Borgo Stazione, uno del ghetto: friulano, veneto, albanese, nero come Sant'Agostino e illiro come Costantino anche se i miei editti valgono solo per me e la mia fede non è religione, ma religiosa contemplazione d'uno stupendo melting pot.

martedì 31 ottobre 2023

𝙉𝙤𝙫𝙚𝙘𝙚𝙣𝙩𝙤

 

E lungo il viale i gelsi,

pochi superstiti del mio ricordo vivido

ma grigio, come in un film di Olmi,

perché il colore poi si sciacqua

nei sottotitoli tradotti,

nelle pozze torbide di calce e verderame,

nel giungere pensoso della sera

d'inverno, troppo presto.


In fondo al viale la fontana

dove la vacca si era abbeverata

dopo i chilometri di aratro

e d'orzo seminato a mano,

prima di ritornare in stalla.

Carico è il carro di pietre levigate dal torrente,

e botti d'acqua e argilla,

per cuocere mattoni e riscaldarsi 

coi tutoli già secchi.


Del grande noce  i malli tetri

sporcano il selciato e da lontano

la voce della levatrice annuncia "è maschio!"

Lungo il viale morari equidistanti

mostrano il cammino verso il campo,

pietre miliari, ritmo, segnatempo,

di noi friulani quando nulla era scontato,

prima di tante Caporetto e che la radio

ci raccontasse il sogno americano.


Riempiti i fossi, cementificati,

il gelso lascia il posto alla ciclabile

che nessuno usa per le troppe interruzioni

o forse siamo troppo stanchi..

anche di provare sentimenti.

Annaspo le mie tasche piene

per ritrovare un solo appiglio nel passato,

neanche una rima, neanche un'assonanza,

forse un bozzolo, ma schiuso,

sfuggita la falena alla tortura

delle filatrici esauste.


Non ne è rimasto uno lungo il viale,

l'ultimo l'han preso quelli di Cremona,

per le radici rosse e far vernici pei violini

e solo io sulla ciclabile,

seduto a terra con la mano in tasca,

vorrei sentire acceso un po' di Clan

ma ormai nessuno fuma più la pipa

forse anche lì: troppa fatica e i transistori

hanno portato via il calore delle valvole

e, ancora peggio, il suono

è a 24 bit.




𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

  Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone): 100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'in...