τραγῳδία
Non c'è autore o interprete
in questo monodramma.
C'è uno spettatore autistico
e una quinta,
il coro è del rumore
rosa di una radio difettosa
che trasmette il nulla
dall'AM.
Non vuoi violare il sogno
dell'opera totale
e precipiti i silenzi
nelle tue paure plesiomorfe
come il blu profondo
dell'abisso e il rumore
degli scafi.
Eppure al termine l'applauso
travolge come un'onda in superficie
e la risata esplode per curare
il male tuo ontologico
che piange e scorre
come sangue sull'altare
e inizia il ditirambo
nell'uscita - sul foyer.
Per sonum, 2024
Non amo spiegare ciò che scrivo non perché mi piaccia fare mistero di ciò che ho dentro (altrimenti potrei fare a meno di scrivere e di scrivere in questa sede!), ma credo che in questo caso sia doveroso dato il tema che mi ha ispirato che è quello dell'autismo.
In quanto docente nella scuola secondaria da una decina d'anni mi sono trovato a lavorare prima in modo diretto con ragazzini autistici in quanto ho operato come insegnante di sostegno e oggi continuo ad avere allievi che soffrono di questa sindrome con un livello diversificato ovvero con diverse collocazioni nello spettro autistico.
L'autismo non è molto conosciuto perché se ne parla molto poco (e male), se dovessi provare a dare una descrizione stringatissima a questo problema direi che è una difficoltà più o meno grave ad entrare in una relazione sintonica con il mondo interpersonale, a decifrarne i messaggi più semplici, a capirne la mimica, le intenzioni, le modulazioni attraverso tutte le attività percettive in termini di intensità, durata e, volendo usare un termine prettamente musicale, timbro. Uso il termine timbro in quanto nel linguaggio musicale, seppur ricco di termini tecnici, per descriverne le caratteristiche siamo costretti ad attingere ad una aggettivazione afferente a descrittori transmodali (tatto, vista, gusto etc) che ci offrono un modo alternativo e più flessibile per esprimerci sulla qualità del suono: un suono dolce, aspro, morbido, scuro, freddo etc.
La descrizione dell'autismo richiederebbe l'uso di un linguaggio ricco e evocativo, che attinga a diverse sfere sensoriali e cognitive con scale ben diverse di quelle che utilizziamo normalmente nel linguaggio clinico.
In passato molti ragazzini con autismo (fino agli anni 70 circa) erano "trattati" come schizofrenici e sebbene esistano delle somiglianze apparenti tra autismo e schizofrenia in alcune manifestazioni, si tratta di due disturbi distinti con caratteristiche cliniche completamente diverse! E soprattutto con trattamenti diversi...
Nell'autismo difficoltà e alterazioni neurofunzionali sono dimostrabili già in un’età precocissima e fortunatamente da una quarantina d'anni la nozione di "schizofrenia infantile" è stata abbandonata a proposito dell'autismo passando prima per la definizione di "disturbi generalizzati dello sviluppo" per giungere a quella di "disturbi dello spettro autistico".
Pare che nella quasi totalità dei casi l'autismo, una volta che il quadro si è consolidato, è una long life condition, vale a dire non diventa qualcosa d'altro con la crescita, ma rimane tale: autismo nell'età adulta. I bambini autistici diventano adulti con autismo. Questa è una realtà con cui i sistemi sanitari ed assistenziali non hanno ancora cominciato bene a fare i conti.
La scuola italiana invece ha fatto grandi passi avanti nell'inclusione dei bambini-ragazzi con autismo promuovendo percorsi educativi individualizzati e strategie per gestire le sfide sensoriali e sociali.
Io trovo e ho più volte verificato che un aspetto cruciale nel momento giusto sia aiutare il ragazzo con autismo a comprendere il proprio modo di percepire il mondo, consentendogli di sviluppare strategie per gestire le sensazioni intense ovvero focalizzare quali elementi creano disagio per poterli isolare dal contesto e affrontare il problema in modo analitico: il fastidio è la polvere del gesso della lavagna? È l'odore del pennarello? È il riflesso degli specchietti delle macchine che passano in strada?
Isolando il disturbo il ragazzo comprende quale è il fattore scatenante di talune reazioni e comprende quali sono gli elementi da isolare ovvero comprende che non è la scuola il problema, ma la gestione dei singoli fastidi. Dopodiché possiamo parlare dell'immersione in un contesto sociale eterogeneo che favorisce lo sviluppo di competenze sociali e la riduzione dell'isolamento. È inoltre fondamentale adottare un approccio educativo personalizzato, che tenga conto delle singole differenze e delle potenzialità di ogni ragazzo che specialmente in ragazzi con un profilo ad alto funzionamento possono fare la differenza in modo significativo.
Infine è fondamentale la collaborazione tra scuola e famiglia che è il ponte di comunicazione fra due mondi così diversi con diverse gestioni dei rapporti interpersonali, delle emozioni, dei meri aspetti sensoriali.
Poi verrà il foyer... e gli egoismi degli adulti che si accalcano al bar o in file per i bagni... non vedranno più il bambino autistico, ma un uomo.
È lì che noi tutti dobbiamo fare la differenza, una maggiore consapevolezza può contribuire a ridurre i pregiudizi e a favorire l'inclusione anche quando non ci sarà più la mamma, l'insegnante di sostegno e il nostro ragazzo sarà immerso nel ditirambo della vita. Perché lui/lei è uno di noi.

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