mercoledì 8 gennaio 2025

𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒


 


Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone):

100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'inganno, 

100g di Anna Karenina, perché aggiunge una dose di passione travolgente e angoscia con un pizzico di Lady Macbeth, che infonde determinazione e una volontà di ferro, 

200g di Emma Bovary (a metà cottura) per contribuire all'insoddisfazione e alle illusioni amorose e 200g di Maria Stuarda che completa il mix con la sua dignità e forza nei momenti di tradimento e vulnerabilità.

Cottura? Sei mesi, compresa la musica! 

Sì e la ricetta ci restituisce un sapore mozartiano, ma fra tutte le donne di Amadeus quella che ne esce è Donna Elvira! 


Complessa, capace di amare intensamente, di soffrire profondamente, di agire con decisione, di sentirsi insoddisfatta e illusa, ma anche di mantenere una dignità e una forza straordinaria. Un personaggio che, grazie a Mozart e Da Ponte, resta indimenticabile nell'immaginario operistico.


Sei mesi (di cottura) perché incredibilmente la stesura di Don Giovanni durò solo dalla primavera all'autunno del 1787. E questo periodo include la stesura del libretto, la composizione della musica, le prove e le revisioni finali! Mozart e Da Ponte sono riusciti a creare una delle opere più celebri e amate del repertorio lirico in un lasso di tempo che oserei definire ridicolo data l'immenso valore artistico del risultato. 


Ma torniamo ad Elvira che è uno dei personaggi più complessi e sfaccettati del "Don Giovanni".

La sua caratterizzazione offre l'affascinante ritratto di una donna tormentata dall'amore e dalla rabbia, ma anche determinata e con una profonda integrità morale.

Nobildonna, abbandonata da Don Giovanni, ritorna più volte per cercarlo e forse anche per vendicarsi. La sua entrata in scena è sempre potente e appare sempre determinata, vi basti leggere il libretto! Il personaggio oscilla costantemente tra il desiderio di vendetta e l'amore non corrisposto e, pur profondamente ferita, non è mai vittima passiva. È piuttosto una figura che, dopo l'abbandono, disillusa dal "catalogo" di Leporello, cerca sempre di confrontarsi con Don Giovanni e di mettere in guardia le altre donne dal suo gioco perverso, basato sull'inganno della seduzione e sull'abbandono. 


"Ah, chi mi dice mai" è la cavatina, piena di dolore e rabbia, in cui Elvira esprime la sua angoscia per essere stata abbandonata. La musica, con il suo tono lamentoso e le frasi lunghe e dolenti, riflette perfettamente lo stato emotivo. Le interruzioni orchestrali suggeriscono, a singhiozzo, determinazione.

Nel secondo atto, la donna esprime il suo senso di tradimento e dolore con "Mi tradì quell'alma ingrata", qui la musica è drammatica e intensa, con una melodia che passa da momenti di dolcezza a esplosioni di rabbia. Mozart utilizza linee melodiche con molte scale ascendenti e discendenti che simboleggiano i turbamenti emotivi. Quest'aria è anche un esempio della capacità di commuoversi e di mostrare una vulnerabilità profonda. 

Ma Donna Elvira è fondamentale anche quando non canta e ascolta: la cantante che la interpreta contribuisce sempre moltissimo alla resa di "Madamina il catalogo è questo" anche solo con la gestualità, Donna Elvira poi partecipa anche a molti concertati importanti che servono a mettere in luce la sua interazione con gli altri personaggi e la complessità delle sue emozioni. Ad esempio nel terzetto "Non ti fidar, o misera" la nobile cerca di mettere in guardia Zerlina contro Don Giovanni. La musica è incalzante e riflette l'urgenza e la determinazione di Elvira nel cercare di proteggere un'altra donna dal destino che lei stessa ha subito.

Ma la summa di tutto giunge nella scena finale in cui Elvira interpreta un momento cruciale cercando di redimere Don Giovanni e invitandolo a cambiare vita. Il suo intervento è pieno di passione nel disperato tentativo di salvare l'uomo che in fondo ama, nonostante ne abbia chiarissima la dissolutezza morale. Questo atto finale mostra la sua resilienza e il suo spirito indomabile.

È un personaggio unico, ricco di contrasti e di profondità. La musica che interpreta rispecchia perfettamente le emozioni mutevoli e ne delinea plasmandone le sfaccettature caratteriali. La sua presenza nell'opera è fondamentale, non solo come figura tragica, ma anche come simbolo della lotta tra amore e odio, perdono e vendetta, peccato e redenzione, tra la possibile giustizia terrena e quella divina, inesorabile. Anche se Don Giovanni è un personaggio sprezzante e impunito, Elvira incarna l'idea che, anche nelle circostanze più difficili, la speranza nel pentimento e nella salvezza possa esistere. Tuttavia, questa speranza risulta vana, perché Don Giovanni non si pente mai, e la sua fine tragica arriva come conseguenza della sua stessa ostinazione.


Mozart, attraverso la sua opera magistrale, rende Donna Elvira uno dei personaggi più indimenticabili e affascinanti del "Don Giovanni" e sicuramente il personaggio femminile più rilevante.


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐋𝐞𝐩𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐨, 𝐬𝐜𝐚𝐥𝐭𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐢𝐠𝐥𝐢𝐞𝐭𝐭𝐨. 1003 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑢𝑖 𝑐𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒

 


Leporello è un servo leale ma stanco, codardo, simpatico, vivace. È un complice compiacente perché spera sempre di approfittare di qualche rimasuglio del "bottino" quindi ben sopporta le follie amorose del suo padrone curandone orgogliosamente la famosa "lista" di sedotte e abbandonate. 

È quindi un testimone e al contempo un complice che alterna riluttanza a frenetica eccitazione creando nello spettatore una sorta di "ironia empatica". 

Per lui si prova una simpatia per il ruolo di servo intrappolato in una spirale di caos e si ride delle sue battute e delle sue goffaggini, persino nei momenti più drammatici e questa miscela di comicità e tragedia stimola una riflessione su temi profondi, senza perdere il piacere dell'intrattenimento leggero e questo forse è l'ingrediente che rende l'opera D&G un gioiello unico! 

Don Giovanni... non Dolce & Gabbana! 


L'intera vicenda ha costretto il servitore a confrontarsi con la vacuità e le conseguenze del vivere senza morale nonostante il cinismo iniziale che lo aveva portato a tollerare e perfino partecipare agli atti criminali del padrone. Alla fine assiste alla rovina inevitabile di Don Giovanni e questo gli apre gli occhi sul fatto che l'astuzia e il carisma non bastano a sfuggire dalle conseguenze delle proprie azioni.

Leporello si rende conto che il mondo di inganni e licenze in cui ha vissuto come spettatore e complice non porta né felicità né significato, lasciandolo con un senso di vuoto e amarezza. Non è più solo il servo scanzonato, ma un uomo che ha visto il fallimento dell'immoralità estrema e la fragilità delle maschere sociali.


Nell'opera di Mozart, l'uso delle tonalità è un potente strumento per trasmettere emozioni e sottolineare l'essenza drammatica. Un esempio notevole è l'uso del re minore, che è emblematico della tragedia e del destino infausto. L'ouverture inizia con il re minore, simbolo del destino minaccioso che attende Don Giovanni e questa tonalità ricorre durante momenti cruciali, come il confronto con il Commendatore e la discesa finale di Giovanni all'inferno.


Nelle opere di Mozart, diversi personaggi hanno temi musicali o arie che ruotano attorno a tonalità specifiche, migliorando la loro rappresentazione emotiva e i loro ruoli drammatici. Ecco alcuni esempi notevoli:

La famosa aria della Regina della Notte "Der Hölle Rache" è in re minore, evidenziando il suo carattere vendicativo e temibile. 

Un'altra aria, "O zittre nicht, mein lieber Sohn", inizia in fa minore, che aggiunge alla sua rappresentazione drammaticità intensa.

L'aria di Pamina "Ach, ich fühl's" è in sol maggiore, riflettendo il suo dolore e desiderio completandone il carattere gentile e puro.

L'aria di Figaro "Non più andrai" è in do maggiore, tonalità spesso associata con la chiarezza e la risoluzione, ma se quest'aria mostra il suo carattere sicuro e giocoso l'aria di Cherubino "Non so più cosa son, cosa faccio" è in mi bemolle maggiore e cattura l'esuberanza giovanile e la confusione del personaggio.

Queste tonalità fisse aiutano a definire lo stato emotivo e la personalità di ogni personaggio. Anche per Leporello Mozart usa tonalità specifiche per caratterizzare il suo ruolo e le situazioni in cui si trova. Ad esempio, l’aria "Madamina, il catalogo è questo" è in tonalità di Fa maggiore, una tonalità luminosa e brillante che enfatizza il carattere ironico e divertente della scena.

Tuttavia Leporello spesso si muove da tonalità brillanti ad armonie più cupe, riflettendo il suo ruolo di intermediario tra comicità e dramma. Questo uso della tonalità aiuta Mozart a mantenere Leporello come un personaggio complesso e dinamico, capace di passare dal divertimento puro al coinvolgimento in situazioni più serie. Basti pensare all'aria "Notte e giorno faticar" con cui proprio il servitore apre l'opera. L'aria inizia in do maggiore per trasmettere uno stato emotivo diretto e relativamente neutrale, adatto ai lamenti di Leporello sulla sua vita monotona. Qui espone con simpatica chiarezza la sua frustrazione per lo stato di servitore un po' invidioso, ma man mano che la vicenda si muove e altri personaggi entrano in scena, la tonalità inizia a cambiare. Quando Don Giovanni e Donna Anna appaiono, la musica modula al sol maggiore che, essendo tonalità strettamente correlata al do maggiore, fornisce una transizione fluida introducendo allo stesso tempo un nuovo stato d'animo più urgente e intenso. Nel trio Mozart si sposta di tonalità minori che riflettono dapprima l'interazione drammatica tra i personaggi, l'angoscia e la rabbia, e poi la tragicità del la minore e del re minore ad esprimere il dolore e la sua determinazione di vendetta.

Leporello è sempre in scena è si adatta commentando in disparte ad ogni situazione. 

Leporello infatti, più di altri personaggi, viene utilizzato molte volte da Mozart come una sorta di contrappunto narrativo e musicale, che amplifica il dramma principale attraverso ripetizioni e incisi. Questa tecnica sottolinea sia la subordinazione del servo rispetto al padrone che la sua funzione di commentatore e mediatore tra il pubblico e la vicenda.

Nel trio "Non sperar se non m'uccidi", poc'anzi citato, Leporello ripete il suo "Sta a veder che il libertino mi farà precipitar" quasi come fosse un mantra, creando un commento ansioso, ma anche irriverente. Questa sovrapposizione genera un effetto teatrale vivace e complesso, mostrando già le dinamiche tra i personaggi.

La scena del cimitero è un altro momento emblematico in cui Leporello funge da contrappunto sia musicale che narrativo. Qui, il suo ruolo di osservatore spaventato si intensifica, contribuendo a creare la tensione tra l'irriverenza di Don Giovanni e l'atmosfera sinistra dell'incontro con la statua del Commendatore. Mozart utilizza Leporello per introdurre un elemento di comicità nervosa che però si trasforma gradualmente in autentico terrore. Quando Don Giovanni legge la scritta sulla statua ("Dell'empio che mi trasse al passo estremo, qui attendo la vendetta"), Leporello reagisce con un misto di incredulità e paura crescente. La sua frase "Ah padron, signor padrone, è una cosa da rider, questa è bella davvero!" sembra voler sdrammatizzare, ma la musica sottostante, con tonalità cupe e gli accordi marcati, svela il suo reale turbamento.

Quando Don Giovanni invita la statua a cena, Leporello esprime esplicitamente il suo terrore con interventi frammentati e ansiosi, come "Non risponde... sta a veder che si può muover!". Questi incisi, sempre più inquieti, contrastano con l'insolente tranquillità del protagonista, accentuando il crescendo drammatico della scena.

La combinazione di comicità e tragicità prefigura il climax della scena finale. 

Mozart e Da Ponte pongono in casa di Don Giovanni un'orchestrina che esegue brevi brani, un momento molto divertente e ricco di riferimenti alla musica popolare dell'epoca. Mozart sfrutta questa scena per inserire brani di grande moda all'epoca e fare riferimento a melodie riconoscibili: "Una cosa rara" di Vicente Martín y Soler, "Fra i due litiganti il terzo gode" di Giuseppe Sarti e infine "Non più andrai farfallone amoroso". Leporello allora commenta "Questa qua la conosco pur troppo", un riferimento ironico alla sua conoscenza del brano: è Mozart stesso che si prende in giro per l'autocitazione e quindi il Nostro prosegue nell'ironia di Leporello che scherza con Don Giovanni e sdrammatizza per aver mangiato di nascosto un pezzo di fagiano. Il tutto proprio cantando sull’aria delle Nozze di Figaro con testo rinnovato naturalmente! 

Il crescendo continua con l'arrivo di Donna Elvira che rende via via la scena più tragica e 

il continuo brontolare di Leporello non solo evidenzia la sua paura ma prelude all'atmosfera funerea, preparando il pubblico al confronto soprannaturale che culminerà con la dannazione di Don Giovanni nell'epilogo con il Convitato di Pietra; qui Leporello entra in risonanza con il re minore "infernale", accompagnando con il suo brontolio spaventato e ripetitivo "Ah padron, siam tutti morti!" l'ineluttabilità della punizione di Don Giovanni. Questa linea, apparentemente umoristica, si collega perfettamente alla sua prima reazione "Sta a veder che il libertino mi farà precipitar" del trio iniziale, creando un arco narrativo che enfatizza la sua condizione di servo terrorizzato e impotente.


Questi interventi musicali di Leporello non solo aggiungono vivacità e realismo alla trama, ma rafforzano l'idea che egli sia il personaggio più umano e consapevole della scena: un testimone che, pur rimanendo secondario, reagisce con ironia e paura al caos morale del padrone. Il tutto giocato sulla voce terrifica del Commendatore che riprende il tema iniziale dell'Ouverture con un altro "arco narrativo".


.... o è l'Ouverture che anticipa il finale mettendo in guardia lo spettatore sul significato morale dell'opera?

Ma questo apre ad un altro capitolo....


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐃𝐨𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐢𝐥 𝐭𝐮 𝐞 𝐢𝐥 𝐯𝐨𝐢 𝘓'𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘷𝘰𝘭𝘨𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘪𝘯 𝘓𝘰𝘳𝘦𝘯𝘻𝘰 𝘋𝘢 𝘗𝘰𝘯𝘵𝘦

 


Nel libretto di Don Giovanni, Da Ponte dosa con gran sapienza la confidenza di Don Giovanni col mondo femminile.

Il modo in cui Don Giovanni si rivolge alle donne varia a seconda della situazione, del personaggio con cui interagisce e dell’intento comunicativo. Questa differenza è significativa per comprendere il carattere seduttore, manipolatore privo di scrupoli del personaggio. 


Tu o Voi?


Don Giovanni utilizza prevalentemente il "voi" quando si rivolge alle donne, riflettendo le norme sociali dell’epoca in cui il pronome di cortesia e rispetto, soprattutto verso le donne, suggeriva una formalità d'obbligo. Tuttavia, in momenti di maggiore intimità o per creare una connessione immediata, Don Giovanni spesso passa al "tu", soprattutto quando cerca di essere seduttivo o di abbattere barriere sociali.

Mantiene sempre il "voi" con Donna Anna, non solo per rispetto verso una donna di rango nobile, ma anche perché il suo tentativo di seduzione non raggiunge mai una fase intima. La relazione è subito ostacolata dall’opposizione di lei e dalla drammaticità della scena iniziale che culmina nel duello e con la morte del Commendatore. 

Con Donna Elvira usa ancora il "voi", ma in modo ambiguo: da un lato mantiene una patina di rispetto, dall’altro punta ad un linguaggio formale per manipolarla e confonderla: quando cerca di placare la sua ira, usa formule come "Voi che sapete il mio passato, pietà vi prenda di me."

Nella scena finale però c'è un improvviso cambio di registro: "Lascia ch’io mangi. E se ti piace, mangia con me!"

Il protagonista pronuncia questa frase in un momento carico di tensione e significato perché comprende che Donna Elvira tenta disperatamente di salvarlo, invitandolo a pentirsi e abbandonare la sua vita dissoluta. Don Giovanni risponde con una sfacciata indifferenza. La frase "Mangia con me!" palesa il suo atteggiamento provocatorio e irriverente. E il cambio di registro non vuole certo comunicare intimità o affetto, anzi é un vero proprio atteggiamento di scherno. Usare il "tu" in questo contesto suggerisce una volontaria mancanza di rispetto verso Elvira, che in quel momento si presenta in una posizione moralmente superiore che Don Giovanni rifiuta categoricamente.

L'invito a "mangiare con lui" è sia letterale che simbolico: Don Giovanni si sta godendo un sontuoso banchetto, simbolo del suo edonismo e del rifiuto di ogni morale. Invitare Donna Elvira a partecipare al banchetto è un gesto beffardo, quasi a volerla coinvolgere nuovamente nella sua perdizione ed è altresì una chiara provocazione, che dimostra come Don Giovanni rifiuti ogni possibilità di redenzione, quasi anticipando l'arrivo del Convitato di Pietra che di lì a poco giungerà. 

In questa scena, Donna Elvira rappresenta l’ultima possibilità di salvezza per Don Giovanni prima che arrivi per lui il Giudizio, ma lui la deride, come quando ascoltava Leporello esporle il "catalogo". La risposta irriverente "mangia con me!" e il rifiuto del pentimento, è dichiarazione definitiva della sua ribellione alle regole morali, conferma del suo carattere impenitente e del suo destino. 

Con Zerlina Don Giovanni alterna "voi" e "tu", sottolineando il tentativo di creare intimità per poi sedurla con spregevole inganno rubandole il giorno più bello della sua vita. 

Inizia dunque con il "voi", con cortesia e galanteria: "Bricconcina, fra voi e mia sorte è già stabilita la pace."

Successivamente con un climax che passa per "vorrei e non vorrei" si giunge al "tu" per insinuare definitivamente una maggiore intimità: "Lascia ch’io solo guidarti voglia." Questo abbatte le resistenze di Zerlina che la conduce quasi a tradire Masetto, atto che però viene percepito dal pubblico più come uno stupro morale da parte di Don Giovanni. 


Leporello si adegua sempre alla situazione e alla posizione sociale delle donne con cui interagisce, quindi non c'è molta astuzia sebbene nel "’catalogo" usi il "voi" con Donna Elvira con tono ironico e volutamente pungente, quasi a schernirla. Per il resto il "voi" è per le nobildonne (Donna Anna e Donna Elvira) per rispetto o strategia, mentre con le donne di rango inferiore (come Zerlina) e in contesti informali preferisce il "tu".


Per concludere... 

Il libretto di Da Ponte rappresenta una perfetta sintesi dell’illuminismo settecentesco, con il suo interesse per la razionalità, l’etica e le dinamiche sociali, ma anticipa anche il Romanticismo, grazie al suo protagonista enigmatico e tragico.

La scelta tra "tu" e "voi" è un elemento fondamentale del libretto per caratterizzare Don Giovanni. La sua abilità di modulare il linguaggio secondo la situazione mostra il suo lato astuto e manipolativo, sottolineando al contempo il contrasto tra la formalità sociale e la sua natura libertina, il cambio e il passaggio tra i due pronomi in definitiva contribuisce a rivelare le intenzioni del personaggio e a creare dinamiche emotive nei dialoghi. Supporta inoltre quel dualismo apollineo-dionisiaco su cui è tessuta la narrazione.


               da "Mozart for dummies" di A.Z.

𝐋𝐚 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 𝐦𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐯𝐢𝐯𝐚 𝑓𝑖𝑙𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑚𝑖𝑡𝑜 𝑖𝑙𝑙𝑖𝑟𝑖𝑐𝑜




Il mito della donna murata viva è un tema ricorrente in molte culture indoeuropee. Il sacrificio umano per garantire la stabilità delle costruzioni ha paralleli con le pratiche rituali delle popolazioni illiriche e traco-daciche, che attribuivano grande importanza agli spiriti dei morti nel proteggere edifici e territori. Il tema del sacrificio femminile per la costruzione richiama il culto della Grande Madre, diffuso nell’antichità illirica, dove la donna rappresentava la fertilità e la continuità della vita, anche attraverso la morte.

Spesso è legato alla costruzione di edifici simbolici per la città in cui si trovano ed alla credenza che un sacrificio umano fosse necessario per garantirne la stabilità.

Questo tipo di racconto, noto come "mito della fondazione", si trova nei Balcani, nell’Europa orientale, nel Caucaso e persino in alcune tradizioni dell'Asia centrale.

Fra le leggende più note ricordiamo la Leggenda di Rozafa (Albania), del Monastero di Argeș (Romania), del ponte di Đerdap (Serbia), della Fortezza di Krapina (Croazia), del ponte di Arta (Grecia), ma anche  le leggende caucasiche di alcune chiese (come il monastero di Akhtala in Armenia) o La leggenda del Cremlino di Suzdal (Russia). 


In molte versioni, la leggenda segue una struttura in cui vi sono tre fratelli (o tre costruttori) che iniziano la costruzione di un edificio (castello, fortezza, ponte, monastero); ogni notte, ciò che viene costruito di giorno crolla misteriosamente rendendo vano il lavoro e l'intervento di un vecchio saggio, un indovino o di un oracolo suggerisce la necessità che venga compiuto il sacrificio di una donna legata affettivamente ai costruttori. 


La leggenda di Vilina, ad esempio, è legata alla fondazione delle città di Krapina e Lepoglav, oggi due ridenti cittadine prossime al confine Croato con la Slovenia nord-orientale. Secondo la leggenda, Vilina è una giovane donna che viene sacrificata dai tre fratelli per garantire la solidità di una città in costruzione. Tuttavia, la leggenda contiene un intreccio di eventi che includono non solo il sacrificio della donna, una serie di elementi simbolici legati alla famiglia e alla tradizione, l'evidenza di un conflitto fra il mondo di un Impero Romano d'Oriente sofferente e del nascente dominio Slavo. 


Vilina è murata viva nel tentativo di completare una costruzione, un atto ritenuto necessario per rendere stabile la città che sta sorgendo. La sua morte è destinata a "nutrire" la terra e a garantire la protezione del luogo. La sua morte è simbolica di un legame tra la vita e la morte, il sacrificio per il bene della comunità, che si riflette in numerosi miti indoeuropei. Ma nella leggenda di Vilina c'è chiarissimo il risentimento dei fratelli che in qualche modo puniscono la sorella in quanto amante di un soldato romano da cui aveva avuto un bambino. 

Va a questo punto fatta una breve analisi storica di questo territorio: nel VI secolo, i popoli germanici, come gli Ostrogoti e i Longobardi, invasero la regione. Mentre i Longobardi si stabilirono in Italia alcuni popoli slavi si stabilirono dei Balcani e la loro presenza creò le basi per la formazione di future entità politiche slave che soppiantarono o si fusero con le popolazioni locali illiriche, ma che rifiutarono ogni inferenza dell'Impero Romano d'Oriente che a fatica controllava le aree dell'Illirycum e della diocesi di Dalmazia. 

Vilina quindi è il simbolo di un'onta che macchiava geneticamente la purezza della slavità. Ogni contaminazione andava sradicata e, nella leggenda, in concomitanza con il sacrificio della madre, il figlio neonato di Vilina fu legato alle corna di un bue fatto inferocire e lanciato attraverso la campagna. Il luogo della tragica morte del bambino segna la fondazione della città di Lepoglav il cui nome ci significherebbe la bellezza (ljepo) della testolina del bimbo (glava).

Il luogo in cui Vilina viene murata viva diventa invece il sito in cui sorgono il castello di Krapina e la città di Krapina stessa. La sua morte, legata alla necessità di proteggere la città, è simbolica della figura materna che viene sacrificata per la prosperità del popolo. 


Un altri esempio è la leggenda del Castello-Fortezza di Scutari (attuale Nord Albania). Questa leggenda è legata alla sua costruzione che risale al IV secolo a. C. anche se le mura odierne risalgono per buona parte al medioevo e al periodo veneziano. 

Anche qui la storia narra di tre fratelli impegnati nella costruzione della fortezza, ma il loro lavoro però periodicamente crollava o incontrava degli ostacoli che li facevano ricominciare. Un giorno un vecchio saggio disse ai fratelli che le mura, per essere forti e solide, necessitavano del sacrificio di una delle loro mogli. La scelta doveva avvenire casualmente e così il fatale sortilegio si sarebbe annullato. Colei che l’indomani sarebbe giunta con il pranzo sarebbe stata immolata per il bene della comunità. I tre fratelli giurarono di non dire nulla, ma due dei tre fratelli  raccontarono tutto alle rispettive mogli così l’indomani fu la moglie del più giovane e madre di un bambino a dover andare al cantiere. 

Al suo arrivo le venne raccontato quanto il vecchio saggio aveva detto e la giovane accettò con dignità e coraggio di farsi murare viva all’interno della fortezza ponendo una sola condizione: una gamba, un braccio, un occhio ed una mammella dovevano rimanere scoperti per poter vedere, cullare, accarezzare e allattare il proprio figlio.

Il mito della donna sacrificata per varie opportunità è molto comune, tuttavia il sacrificio è spesso voluto dagli dèi o dal destino e non direttamente dai familiari della vittima come nel caso di queste due versioni illiriche. Inoltre qui ricorre il tema dei tre fratelli dove il numero tre è un tratto distintivo delle che rappresenta la divisione tribale e in cui l'atto sacrificale deliberato è spesso legato al mantenimento dell'onore familiare e, nel caso slavo, della purezza etnica.


 

Questa breve dissertazione non è fine a sé stessa, ma mi porta ad una considerazione: è vero che gli Slavi balcanici hanno un certo grado di mescolanza con gli antichi Illiri, ma la continuità storica e linguistica è molto più evidente negli Albanesi anche se la lingua albanese scritta compare solo dal XV secolo perché prima di allora le lingue giuridiche e liturgiche ovvero scritte erano state la koiné ed il latino. Le rivendicazioni slave e in particolare serbe sull’eredità illirica, oltre a essere discutibili dal punto di vista storico, hanno spesso un fine politico e sono giustamente percepite dagli Albanesi come parte di una narrativa nazionalista che ha avuto conseguenze tragiche, specialmente in Kosovo, ma che continuano a provocare inutili irrigidimenti e una scarsa volontà di una corretta revisione storica oggi possibili grazie all'incredibile velocità dei mezzi di ricerca e studio.


------ 


Mi pregio di aver trovato su Wikipedia questo documento (link in calce) che ho tradotto in Italiano. 

Purtroppo la traduzione ha in parte rovinato versificazione... 


La Storia Nascosta della Leggenda della Fortezza di Rozafa


Ho sentito questa storia quando ero giovane a Smirne, in Turchia. In un club dove si riunivano gli albanesi, c'era un vecchio suonatore di lahuta proveniente dal Sangiaccato, e che viveva in Turchia da quasi 30 anni. In Albania aveva un figlio mutilato dalla guerra contro i serbi (gli altri tre erano morti non quella guerra), il figlio aveva a sua volta moglie e tre bambini piccoli. Per salvare la sua famiglia dai massacri serbi, Rashid (il suonatore di lahuta) si trasferì dalla sua terra d'origine, dove la sua famiglia possedeva proprietà fino a Podgorica, e si rifugiò in Turchia. Lì lavorava come venditore di halva. Dopo alcuni anni, il figlio morì, lasciandolo a crescere da solo i tre nipoti orfani.


Nel 1934 incontrai Rashid per la prima volta, mentre suonava la sua lahuta e cantava canzoni su Skanderbeg, Muji e altri eroi. Aveva una voce potente, nonostante fosse vicino agli 80 anni. Quando lo sentii cantare con la lahuta la storia della Fortezza di Rozafa, piansi come mai prima d'allora. Anche tutti gli altri albanesi che ascoltavano piangevano con me. Rashid era il pronipote di un famoso suonatore di lahuta, conosciuto in tutto il Sangiaccato e nel nord dell'Albania. 


Divenimmo amici e, nei mesi in cui rimasi a Smirne, lui mi raccontò molte volte la storia della Fortezza di Rozafa con la sua lahuta. Io trascrissi tutti i versi in un taccuino, ma Rashid mi avvertì che questa storia aveva causato molte sofferenze, poiché alcuni volevano cancellarla e sostituirla con le loro bugie. Quel taccuino, insieme a molti libri preziosi, mi fu confiscato dalla polizia durante un'incursione a casa mia nel 1947. Tuttavia, la canzone aveva più di 500 versi e durava più di un'ora. Nonostante la perdita del mio taccuino, ricordo ancora molti di quei versi, almeno i più importanti, che ora cercherò di riportare mentre racconto la vera storia della Fortezza di Rozafa.


---


La Storia


Tre fratelli coraggiosi partirono per un lungo viaggio per adempiere alla volontà del padre: sposare tre sorelle e così assicurare la continuità del loro lignaggio. Le loro mogli dovevano essere legate tra loro sia per sangue paterno che per latte materno, affinché i loro figli fossero uniti come "carne e unghie".


Dopo un lungo cammino, videro un camino che fumava e tre donne che lavoravano il metallo. Si avvicinarono e chiesero ospitalità e acqua, poiché erano stanchi del viaggio.


Queste tre donne erano sorelle, la maggiore si chiamava Fà, la seconda Hàna, e la più giovane Roza. Fà era stata costretta a svolgere lavori pesanti fin da piccola per mantenere le sorelle, poiché erano rimaste orfane.


I tre fratelli spiegarono il desiderio del padre e chiesero la mano delle sorelle. Le tre donne accettarono e si sposarono con loro. Dopo un anno, Roza diede alla luce un bambino, mentre Hàna era incinta e Fà, a causa della sua salute fragile, non aveva figli.


Nel frattempo, i tre fratelli iniziarono la costruzione di un castello su una roccia antica, vicino a tre fiumi che si univano. Tuttavia, ogni notte i muri crollavano, nonostante avessero sacrificato numerosi animali nelle fondamenta.


Disperati, i fratelli si rivolsero a un saggio (oracolo), il quale disse loro che il castello richiedeva un sacrificio umano: una delle loro mogli doveva essere murata viva affinché l’edificio rimanesse in piedi. La scelta sarebbe caduta sulla prima che il giorno seguente fosse venuta a portare loro il pranzo.


I fratelli giurarono di non dire nulla alle loro mogli, ma, secondo una versione della leggenda, i due fratelli maggiori rivelarono il segreto alle loro mogli, mentre solo il più giovane mantenne il silenzio.


Il giorno stabilito, Roza fu la prima a presentarsi con il pranzo, come spesso accadeva, perché Fà era malata e Hàna era incinta. Quando arrivò, i fratelli le rivelarono la terribile verità.


Roza accettò il suo destino senza esitazione, ma chiese un ultimo desiderio: che una parte del suo corpo rimanesse fuori dal muro per poter ancora prendersi cura di suo figlio.


"Lasciate fuori una mano, un occhio, un orecchio, un seno e un piede," disse, "così potrò ancora accarezzare mio figlio, vederlo, sentirlo piangere, allattarlo e cullarlo con il piede."


I fratelli esaudirono la sua richiesta.


Più tardi, quando suo figlio si svegliò e cercò la madre, Fà lo prese in braccio e corse fino al castello. Quando vide Roza murata, cadde in ginocchio in preda alla disperazione. Il bambino, vedendo il latte stillare dal seno della madre murata, si attaccò a essa per succhiare.


Fà urlò con un dolore straziante, tanto forte che scosse le mura del castello.


"Roza, mia cara sorella," gridò, "oggi toccava a me portare il pranzo! Se fossi venuta io, tu ora saresti viva!"


Pianse fino a quando la luna non sorse, poi il suo cuore cedette e morì abbracciata al corpo di Roza.


Si racconta che, dove caddero le lacrime di Fà, la pietra divenne bianca e da essa sgorgò un liquido simile al latte, che ancora oggi si può vedere nelle mura del Castello di Rozafa.


---


Questa è la storia tramandata oralmente per secoli, preservata attraverso la voce dei suonatori di lahuta.


https://sq.m.wikipedia.org/wiki/Historia_e_Fshehur_e_Legjendes_se_Kalase_Rozafae

𝐃𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐄𝐥𝐯𝐢𝐫𝐚 𝑓𝑟𝑎 𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒, 𝑖𝑑𝑒𝑎𝑙𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎 𝑒 𝑟𝑒𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒

  Oggi una ricetta tutta al femminile (dosi per 4 persone): 100g di Desdemona, che porta con sé l'amore profondo e la ferita dell'in...